Amanda
Io non lo so mica se Amanda abbia ucciso o meno la compagna di corso, sono cose super difficili. Vi dico però questo: leggendo l'articolo apprendo che l'accusa ha citato il delitto di Novi Ligure e allora, su internet è facile, sono saltato di palo in frasca andando a leggere la ricostruzione del duplice efferato omicidio compiuto da Erika De Nardo e Omar Favaro. La madre che prima del colpo fatale le dice «Erika ti perdono» implorandola poi di non uccidere il fratello (il quale per difendersi ha preso a morsi il suo aggressore). Non lo so, qualche cosa nella pancia mi si è mosso.
Sono una persona adulta, non credo nel bel mondo: conosco la società, so di cosa è capace, e non mi stupisco ma certe cose mi continuano a colpire, intendo che continuano a farmi provare del dolore, leggendole.
Non ho alcuna certezza che Amanda abbia compiuto un omicidio e, sì, condivido l'idea del Pubblico Ministero che ritiene sostanzialmente certa una sua fuga se domani il tribunale non la dovesse condannare. Chi non scapperebbe, onestamente, colpevole o innocente che sia, dopo quattro anni in carcere? Io scapperei.
So una cosa, però. So che pensare di vedere mia madre in un lago di sangue che mi dice che mi perdona implorandomi di non uccidere di lì a breve le mie sorelle, consapevole che per lei oramai non c'è più niente da fare, mi contorce lo stomaco, mi fa venire nausea e mi fa provare un senso di colpa potenziale (o per conto terzi) che mi fa capire che se avessi fatto una cosa del genere, considerando quanto sono capace di colpevolizzarmi quando lascio il cellulare a casa, è certo che mi ucciderei. Non sarei mai in grado di vivere e dimenticarmi o anche solo accettare quello che ho fatto.
E allora mi sono sempre chiesto se è proprio questa mia, nostra, incapacità di sopportare la colpa a non farci compiere gesti inconsulti, talvolta, addirittura omicidi. Non lo so proprio e ci si avvicina ad un terreno pericolosissimo che è quello che parla di differenze antropologiche e non già di devianze. Non sarei in grado di sostenere gli argomenti né dall'una né dall'altra parte.
In buona sostanza, d'acchito, tremendamente, io mi identifico sempre con il dolore dei presunti assassini e mai con quello delle vittime che restano vive, cioè con i “cari” della vittima fisica. E quindi di rimbalzo garantisco loro una sorta di implicita ammissione di innocenza, perché sperando che tutti quanti siano come me, impossibilitati alla sopportazione di un dolore così travolgente come sarebbe quello del senso di colpa per aver compiuto un gesto a tal punto fuori dalla mia cultura, educazione e socialità, è evidente che siano innocenti: altrimenti sarebbero crollati.
Ma ribadisco, e se proprio il fatto di riuscire a non crollare psicologicamente e fisicamente fosse sintomatico di una capacità innaturale come quella che immagino serva per uccidere con le proprie mani tuo fratello, tua madre o un'amica?

