Non è stata una tragica fine
Nelle parole del nipote, Niccolò, quella di Mario Monicelli non è stata affatto una tragica fine. E mi sembra una posizione condivisibile. Non si svolgeranno i funerali, il regista verrà cremato alla presenza della sola famiglia. Un uomo che ha vissuto una vita piena lascia in eredità tutto quello che ha fatto e detto. Cercate un suo messaggio? Un altro? Il messaggio è questo: suicidarsi a novanta cinque anni prevede essere piuttosto vivi.
«Non è stata una tragica fine» dice suo nipote. E lo dice in un modo nel quale riesce a farmi passare l'idea che la morte soccomba alla decisione stessa di morire. Io non ho un buon rapporto con le cose che finiscono, quando succede che muore qualcuno che non conosco personalmente questo mio sbilanciamento emotivo prende pieghe addirittura peggiori di quando invece tocchi ad uno più vicino. Io ho il terrore della morte mia e degli altri, perché la vivo come una cosa piuttosto ingiusta e che lascia troppe cose aperte e per sempre, e divento matto. Eppure oggi qualcosa s'è incrinato, in tutto questo, e un poco più lucidamente cerco di ascoltare svicolando quelli che la tragedia di un uomo. Un po' come la la tragedia che vivono le donne che abortiscono, la tragedia di qui e di là è tutta una tragedia, pena il semplice non essere.
Leggere nelle parole dei suo familiari la sanità mentale necessaria per non ricondurre sempre tutto in tragedia eppure consapevole che questo non significa non voler o saper gestire il dolore, immagino altrettanto reale e presente, mi ha da un certo punto di vista rinfrancato: normalizzato. Spero si riveli quale prima crepa di una campana di vetro che ho costruito da solo e mi rende ad oggi incapace di accettare che esiste, piuttosto concreta, da qualche parte, l'eventualità in cui altri ed io stesso si muoia. Anche se non mi sono spiegato abbastanza, anche se non avrò ancora parato tutti i colpi.

