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Un passo alla volta (com'è che Fini si avvicina a me e non viceversa, ma soprattutto come)

Ho assistito per tutta l'estate allo scontro politico all'interno del PDL e più che cercare di capire cosa si sarebbe trasformato il Governo, se avesse retto, cercavo di immaginare cosa sarebbe successo al centro-destra. E a cosa significhi, oggi, "destra" nel nostro Paese.

Non lo so, non so bene cosa pensare. La destra in Italia si associa con disinvoltura al fascismo, alle leggi razziali, alla guerra. Il che è anche corretto perlomeno per rendere onore a chi quella destra ha combattuto e non già intellettualmente, o non solo, ma anche imbracciando i fucili.

Resta che di quella destra, quella che divenne ciò che oggi identifichiamo come una delle correnti ideologiche del ventesimo secolo, abbiamo (o quantomeno io ho) una idea un po' vaga, un respiro corto. Una destra fatta di polizia, di scontri, di Stato. Una destra cane da guardia, contrapposta ad comunismo tardo novecento che ha fatto acqua un po' da tutte le parti. Ma al di là dei giudizi personali, una lettura per quanto possibile oggettiva mi porta a constatare che mentre le società in giro per il mondo occidentale, pur nelle loro contrapposizioni anche forti, si emancipava dalle ideologie, noi restavamo (siamo restati) fermi al palo. Oggi, quando si parla della "fine dei blocchi" intendiamo un mondo che, all'indomani del crollo dell'URSS e degli ultimi retaggi di una guerra orrenda e immonda, si è rialzato magari dolorante ma al contempo capace dello slancio necessario a trasformare i nemici in oppositori. È un salto grande così.

L'Italia, eppure qualche sforzo in tal senso s'è anche provato, ha deciso di perdere questo treno, e si è infilata in un quasi ventennio berlusconiano nel quale molto s'è fatto per riformare una coscienza collettiva al popolo: solo che lo si è fatto con le metriche post ottocentesche. Esattamente quelle che portarono alle ideologie. Cioè dovendo necessariamente (in qualche misura anche per bocca degli stessi protagonisti di allora) metabolizzare i '60 e '70, il terrorismo, lo stragismo e la subcultura deviata che come radice aveva l'ideologia, s'è pensato che fosse meglio, anziché guardare avanti, volgere lo sguardo al piùcheperfetto. Alla lotta sociale, al padrone, al proletario, alla fonderia, al brigantaggio; peccato solo che Giuseppe Verdi fosse già scritturato in Arena perché gli avremmo trovato qualche cosa da fare di sicuro.

Ecco, io per tutta l'estate ho assistito a questo spettacolo indecente all'interno della maggioranza parlamentare (quella che ha espresso un governo) e mi sono chiesto per davvero se qualche cosa di buono avrei infine ottenuto pure io, e la risposta che mi sono dato è stata “sì”.

E sarebbe molto semplice dirvi che la miglior cosa che io possa guadagnarci sia la caduta di Berlusconi come Presidente del Consiglio e uomo politico e uomo più in generale. Certo, se dovesse accadere, onestamente, pacatamente, non riuscirò a sopprimere il Disco Samba che c'è in me. Ma la verità è che il mio tornaconto, volendo avere un orizzonte un poco meno ombelicale, sarà decisamente migliore.

È che per percepirlo c'è bisogno di trasformarsi in quel che forse sono sempre stato, o sono sempre stato pronto a divenire ma che, comunque sia e senza ipocrisie, nessuno s'è preoccupato di aiutarmi a diventare, negli anni, negli ultimi sedici. E cioè un uomo che crede fondamentale l'esistenza di uno Stato laico e socialista il giusto perché il diritto alla dignità personale non sia in commercio ed altrettanto liberale perché il mercato sia spietato e si fondi su due cose semplici: le regole, il merito. Poi c'è una postilla: che io sia un uomo che vede attorno a sé oppositori e non nemici.

E mi sono chiesto anche se le colpe dei padri eccetera. Potrà mai Gianfranco Fini e i suoi farmi dimenticare il fascismo? No, è piuttosto impossibile. E potrò dimenticarmi che negli ultimi sedici anni è stato lì accanto al Berlusconi malato di cesarismo esasperato di fatto permettendogli di far ciò che ha fatto? Be' certo che no, anche questo non capiterà. E allora? Possibile che non ci possa essere un punto di incontro che mi permetta di rispondere a Perina che su Farefuturo cerca di fare un po' il punto sulla questione "autocritica a destra"? Io l'ho trovato quel punto di incontro e ho una risposta per Perina. Una risposta alla replica dei finiani a quel "sì, ma voi adesso ve ne accorgete?”.

E la mia risposta è questa: le persone cambiano a seconda dell'ambiente che le circonda e del più che doveroso senso di responsabilità che le porta a riconsiderare una via intrapresa precedentemente. E questa mia disponibilità nel voler riconoscere lo sforzo in questo senso non prescriverà d'un tratto le mie opinioni riguardo una radice marcia e spaventosa che ha saputo e voluto concepire le leggi razziali ma è completamente e seriamente foriera della mia capacità e volontà di considerare che sono esattamente questi i passi che mi aspetto si compiano perché nel tempo ci si trasformi da nemici in oppositori. Non riconoscere nemmeno questo è stupido e mi aspetto che la dirigenza di centro-sinistra, se non vorrà compiere gli stessi errori perpetrati negli ultimi vent'anni, abbia intenzione di gridarlo ai quattro venti.

Io sto finalmente trovando, nell'idea di destra che mi pare stia trasudando dalla corrente Futuro e Libertà per l'Italia, la possibilità di avere un interlocutore dignitoso, con idee dignitose seppure molto spesso in contrasto con le mie ma che non escludo a priori io possa talvolta sposare per il bene della comunità o, perché no, mia. E non stento ad immaginare che per costoro valga lo stesso se di fronte avessero molte persone come me.

Invece, e questo è il mio problema oggi, c'è che mi sono accorto di avere un oppositore decente e serio ma nessuno da sostenere. Cosa che si traduce in "per quanto sappia chi e come ascoltare cosa e chi non votare, non saprei chi votare”

Lunedì, 6 Set. 2010
tag: Destra [2], Farefuturo [1], Flavia Perina [1], Gianfranco Fini [11], Politica [196]
10:43

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