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Monopolii (Sabanotte - special edition Blogfest Riva del Garda)

Non è che fosse molto diverso da come è adesso. Cioè sì un po’ lo era. Oggi abbiamo un quinto dei disoccupati e quella volta là ce ne erano quattro quinti. Insomma erano tempi in cui era decisamente più semplice prendersi un vaffanculo che un sorriso. Ma sotto questo punto di vista le cose non sembrano cambiate un granché. E detto tra noi, un po’ è un vanto.

Io, voi, tutti noi, stiamo subendo questa terribile crisi finanziaria con la responsabilità di un bambino di tre anni. Onestamente non ce ne frega niente. Sono solo parole. Che poi non è vero, in realtà sono abbastanza cazzi, altro che parole. Ma diciamocelo, quello che succede a 100 metri dalla mia via è un altro mondo, non ho tempo per prendermi cura anche di quello. Bon, basta. Ciascuno c’ha le sue. Io sono messo così così: in effetti potrebbe andare un pelino meglio, ma giusto un pelino. Grandi salti non erano in previsione prima non lo sono adesso.

Perché vi dico questo? Perché è il preambolo, se non vi piace il preambolo mettete su la Pina e Diego, ok? Love love love. Anzi, sbagliato, ascoltate Carlo Pastore super-love, super-love, super-love. Ora, dove andiamo a parare. Andiamo a parare alla grande crisi del ‘29. Voi dovete immaginarvi il disastro: non persone un po’ messe male, no: il disastro per antonomasia. Impiccagioni, germogli di terziario piallato, i risparmi di un’intera nazione vaporizzati, il leasing (invenzione meravigliosa) che mieteva ulteriori vittime, quelle che restavano, un’orrenda onda di fango che tutto spazzava via. Questo è. E di li a niente, in termini storici, una guerra spaventosa alle porte.

In quel periodo, all’apice di quella crisi, vennero costruiti i grattacieli più alti del mondo, dall’Empire State Building al Crysler.

Nota di colore, L’Empire, terminato nel 1931, saliva di due piani al mese. Chiaro? Due piani al mese. Oggi (oramai 80 anni dopo, e la tecnologia e i passi da gigante, eccetera) in un mese non finiamo l’androne di casa, di pitturarlo dico: un cazzo di trabatello e due imbianchini, niente. Gli indiani a penzoloni sulle travi d’acciaio a noi tanto cari grazie al reportage fotografico di Luis W. Hein, andavano su due piani ogni trenta giorni e nessuno li frustava: certo magari i sindacati erano un po’ mandati sui viali, ma io vi riporto questo dato e non per discuterne, quanto perché possiate interiorizzarlo e pensare a quel che dite la prossima volta che vi trovaste in argomento. Pronti? Via: per l’intera costruzione dell’Empire State Building morirono in cinque, respirate, ve lo ripeto: cinque. Uno investito da un camion, il secondo è caduto in un ascensore vuoto (cioè senza ascensore dentro), il terzo colpito da una carrucola, il quarto -con un po’ di sfiga- s’è trovato in una zona che hanno fatto esplodere, e l’ultimo è caduto dall’impalcatura. Tra gli anni 29 e 31, e non c’entra il sindacato, c’entra che le norme di sicurezza non erano nemmeno percepite quanto lo sono adesso, ebbene: 5 in 2 anni per 102 piani, 1.860 scalini, 6.500 finestre, 7 milioni di ore uomo, quaranta milioni di dollari dei quali 24 in lavori e 16 per l’acquisto proprietà, primato d’altezza mondiale durato per ventitré anni. Nel ’31. L’anno scorso nella sola regione Lombardia sono stati 200. Morti. Nel 2008.

Risolleviamoci, il concetto è che per una facciata di un palazzo di 6 piani (esperienza personale, lo so sono un po’ autoreferenziale, ma chi non lo è di questi tempi? Vi racconto un po’ di quando vado a mignotte, o mi vendono la coca?) dicevo, per sei piani ci mettono tranquillamente un anno, dice non ci sono i soldi, vanno piano: ah, ah, eh già perché nel ’29 invece, scialacquavano. L’isola di Manhattan, comprata poco più di cent’anni prima dagli olandesi per 17 dollari, tre specchi da signora (quelli con il manico) e alcuni vetri colorati (è storia neh? Mica me lo invento) scopriva d’essere uno dei posti al mondo più ingegneristicamente incredibili e per un motivo ben noto, oggi: la Black Rock. La si vede sbucare fuori a nord di Central Park, facendo un giro oltre la Columbia University e via via addentrandosi ad Harlem, i confini del parco mostrano questa roccia straordinariamente dura, densa, nera, sa dio, sbuca fuori come la cresta di un antico cetaceo incastrato tra i prati alti un millimetro e senza una foglia per terra. Quella roccia lì, la Black Rock, fu la fortuna dell’isola. E del mondo, e di un signore di cui, per adesso non sveleremo il nome eppure chiameremo Omero, almeno per un po’, perché questa è una dannata questione omerica. Dico dannata perché Tarantino avrebbe detto “fottuta” e comunque perché fa figo.

Ora per fare un grattacielo servono le fondamenta, giusto? Sapete cosa dice l’ingegneria moderna delle fondamenta di un grattacielo? Che devono essere profonde tanto, ma tanto tanto. Ché senno ti va giù anche per il vento. Ve lo ridico che magari vi è sfuggito, Manhattan è un’isola. Stretta e lunga.

Verso la fine del 1800 e per tutto il 1700 per certo, fu Long Island la location prediletta da chiunque per costruirvi la propria abitazione, fare cento settanta figli, insomma quelle cose tipiche protestanti, o da mormoni, eccetera. Dio ha detto che voleva si moltiplicassero e loro si moltiplicavano ma a Long Island, cioè quel pezzo di terra che corrispondeva con esattezza all’idea di “sconfinata” landa sulla quale creare una città a modello tardo settecentesco. Piatta, lunga, larga, tanto. Spazio per tutti, e con le giuste proporzioni che permettessero la contestuale esistenza di ville sufficientemente grandine, strade larghe e quel concetto un po’ universale che in milanese contrarremo in “sta su de doss”, cioè: le vedi le mie braccia tese? Immagina un cilindro attorno a me, aumentane il raggio per un moltiplicatore semplice diciamo dal 5 al 10. Quelli sono i metri fisici e mentali ai quali ti devi fermare, dopo di che mi stai rompendo i coglioni. Manhattan era un attimo stretta e lunga e non dava affatto l’idea di potersi trasformare in qualche cosa di vivibile e decorosamente, socialmente accettabile. Ci hanno messo il porto, hanno fatto un muro (riferimento culturale alla voce: olandesi, palafitte, rubare terra al mare eccetera), insomma, ci hanno fatto un muro, di legno. E una strada; non facendoci emozionare (o forse non brillando loro per primi per fantasia) l’hanno chiamata la “strada del muro” e dopo quella c’era il porto, magazzini, qualche pub à la Sweeney Todd d’oltre oceano. Se non aveste posto accento alla questione strada-del-muro, lo ridiciamo insieme in inglese ok? Wall Street, anybody? Tutta la terra rubata al mare dopo il muro, dio, non l’aveva manco immaginata ma gli olandesi sì, e così, se oggi potete stare appoggiati alle ringhiere di Battery Park osservando, o si fa per dire -ché è lontana ma tanto, la Statua della Libertà, dovete un bel “Grazie” agli Arancioni, che nella New Amsterdam ci stavano investendo giusto un pochino e, per restare in tema, l’investimento non ha reso. Gli hanno pure cambiato nome, fai un po’ tu.

Ok, mentre in tutti gli Stati Uniti per decenni s’è applicata la legge del “fondamenta profonde profonde”, nella novella New York pareva che le cose potessero andare diversamente. In un posto stretto e lungo, insegnano i giapponesi, o vai verso l’alto o stai stretto. Quindi I palazzinari di mezzo continente si gettarono a capofitto nell’impresa di creare edifici sempre più alti e leggeri con la benedizione della Black Rock. Una pietra che costituisce il cuore dell’intera isola di Manhattan e che tanto è dura da permettersi di dividere per tre, alle volte per quattro, quella legge ingegneristica che di fatto oltre una certa altezza non ti permetteva di salire. Puoi mica fare fondamenta che si attaccano al magma. Nella Grande Mela ti bastava molto meno scavo e andavi su che era un piacere. In piena crisi. Con la guerra alla finestra. E con quei quattro quinti della popolazione che mendicava distraendosi per un attimo dal morir di tisi, scolo, e tutte quelle altre cose così fastidiosamente manzoniane: Cecilia!

Ora, il fatto che tutti quanti si mettessero a costruire palazzi, case e grattacieli nei quali ci entravano al massimo un qualche migliaio di persone perché nessun altro, nemmeno chi l’avesse costruiti, se lo sarebbe potuto permettere, non vi fa sentire il fischio -tipo- indiscutibilmente preciso, dello stridere dei freni di un treno? Non c’è qualche cosa che non va secondo voi? Avete presente quella frase che dice, “se si tratta di costruire o ricostruire, fra case e chiese, cominciate dalle case: ché dio non ha freddo”. Non immaginate che qualcuno, tra gli altri, non l’abbia presa troppo bene questa cosa che la plebe crepasse di fame e gli altri si facevano costruire in un battibaleno atri in marmo, scalinate d’orate, e 100 piani di morbidezza? Ve lo dico io: sì qualcuno l’ha presa male.
E ci qui avviluppiamo, finalmente, nella vera e propria questione omerica. Di qui in poi partono i paroloni, la filosofia dell’Ikea di betulla impiallacciata (che te la monti da solo) e un po’ di estetica. Voi fate quel che potete, ok? Se state leggendo guardate le forme delle lettere, se state ascoltando lasciatevi trascinare dalla cantilena.

Chissà chi, chissà come -ma per certo sappiamo perché- s’era messo a prendere in giro questi palazzinari ante litteram, indicandoli quali veri ed unici responsabili di tutte le pene che stavano passando. Vi fu una sorta di sommossa, una piccola sommossa, tipicamente protestate: una sommossa responsabile. Cominciò il mal umore, ma non sfociò in quel terribile fratricidio che ci potremmo immaginare, al contrario ogni sarcastica percezione del proprio potenziale andato a puttane, l’oblio nel quale ci si trovava, il livore e la tragica qualità della non-vita vissuta fu canalizzata in un gioco. Un gioco? Un gioco.

Anche i dadi sono un gioco, e la gente si ammazza quando perde. Quindi non siate naïf, ok? Fu un gioco, un gioco da grandi. Lo inventò una signora, si chiama Elisabeth Magie Phillips, il 23 marzo 1903 ne richiese il brevetto, lo ottenne. Il gioco si chiamava “The Landlord Game”; la Phillips si fa ispirare dalle teorie dell’economista Henry George, creatore di una teoria che oggi ha un sapore agrodolce: ovvero che la speculazione è l’unico vero male della società moderna. Dunque un gioco che sapesse esprimere la disfatta di un popolo, la malvagia del Padrone, l’ironia di una sorte solennemente marxista nel Paese che ha inventato il Capitalismo; un gioco che fosse psicologicamente apotropaico nel suo significato più etimologico e meno impegnato, un gioco che fosse oggetto di premuroso distacco perché in esso era talmente concentrato il Male con la emme maiuscola che il solo giocarvi l’avrebbe allontanato. Un gioco che si sviluppò per vent’anni nel sottobosco, periodo in cui la Phillips lo produceva manualmente in qualche centinaio di copie e lo distribuiva ad amici e negozi della Pennsylvania. Nel 1924 ne viene chiesta una revisione all’ufficio brevetti, revisione dovuta al fatto che tra il gruppo di amici della Phillips qualcuno cominciò ad apportare modifiche importanti e sostanziali: veniva sempre meno il significato di propaganda anticapitalistica. Il che era un problema. Considerate che la Phillips non aveva regolamentato in nessun modo l’aspetto economico dell’Investimento, il che a suo modo di vedere era una Prova. Una pistola fumante: infatti la tesi si dimostrava nel solo fatto che un proprietario terriero potesse tranquillamente imporre affitti iniqui ed in questo modo arricchirsi allo sproposito senza doversi mettere in gioco o costruire alcun che. Questa cosa valse due ulteriori scalini nella scalata al successo di The Landlord Game: l’introduzione della casella “Prigione” (un po’ di giustizia, santo cielo) e l’introduzione delle case e gli alberghi.

Ma fu un’altra, ed ultima pietra tombale sulla propaganda di Elizabeth, l’idea che trasformò radicalmente “The Landlord Game”, e si trattò del monopolio. Ovvero quell’idea, e quindi quella regola che prevedeva di poter raggruppare le proprietà in lotti, che ad ogni giro aumentassero di valore e che, qualora il giocatore li possedesse nella loro completezza, rendessero un guadagno maggiore: al che fu piuttosto chiaro che si stesse parlando di un monopolio.

La nostra questione omerica non termina qui, bensì nel ’35 quando un uomo poco rispettoso della proprietà intellettuale ed allo stesso tempo nulla tenente, Charles Darrow, decide di rifare un tabellone più figo, mettere i nomi alle proprietà, colorarle, aggiungere un paio di robe, e presentarsi bel bello ai cancelli della Parker Brothers, pronto a monopolizzare il suo mondo.

Naturalmente la Parker Brothers ci mette un attimo a cavalcare il finto sogno americano di un altro e, scoperto troppo tardi della Phillips, dà incarico ai propri avvocati di liquidarla (500$ in totale per i due brevetti precedenti) non per ultima cosa sguinzagliando ogni suo dipendente per i negozi di tutta America nel tentativo di acquistare ogni singola copia che ancora fosse in giro. Per la cronaca il primissimo assegno per le royalties staccato dalla Parker Brothers a favore di Darrow fu di 7.000 dollari, come assaggio. E Darrow sta al gioco, per restare in tema, dunque aver ragione dei padroni, scalare la catena sociale e lui stesso, armonico ed adeguato, trovarsi a batter cassa, decidere chi distruggere e far fallire (la Phillips), chi vessare (la Phillips), con chi allearsi, con quale infinitesimale sfogo provvidenziale arrabbiarsi di volta in volta, che fosse un semplice imprevisto, o una sfacciata, avversa, probabilità.

E questa è la storia di Charles B. Darrow che dal nulla, scalando le filosofie di un secolo intero, catarticamente acclama se stesso quale inventore del Gioco che ha dato il marchio di fabbrica ad un intero continente confederato, oggi il più ricco e potente del mondo, e di fatto comprovando che il Capitalismo è pericoloso, liquido, passionale al punto giusto da poter essere incastrato in un gioco, un meraviglioso gioco lungo quanto serve, cattivo quanto serve, perché è la vita che è così. E la Phillips, ve lo chiedeste, ne è stata la prova.

Darrow si ritirerà dagli affari poco più che quarantenne, dedicandosi alle sue vere passioni, chiamalo scemo, la fotografia e le orchidee. E d’ora innanzi, voialtri, invece, che siate la Pera o la Mela, o la Candela avrete il fegato e il pelo sullo stomaco giusto per capire cosa state facendo, davvero, ogni volta che aprite il Monopoli?

***

bonus track

Questa è una bonus track, è un’estensione del mio pensiero metto su carta e poi letto al microfono perché voi sappiate in che condizioni si arrivi a fare Sabato Notte. Ecco si fa così: quindi considerate che non tutti i mali... Ecco. Sono seduto da circa un’ora e venti presso l’accettazione dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, devo fare un test per l’intolleranza ai latticini, ci impiegherò circa 4 ore. Se mai riuscissi, mi hanno già detto che uscirò di qui verso le 11 del mattino. Mi sono svegliato alle 8 e da quasi un’ora vengo sballottato a destra e a manca, per non dire preso a male parole, da lettighieri, infermieri, addetti alle pulizie, sportellisti, impiegati di qualsivoglia genere. Io sbaglio strada, loro inveiscono su di me. Io sbaglio strada perché stanno ristrutturando molte ali dell’ospedale e nessuno -nessuno- ci capisce una mazza.
Non io, non i lettighieri, non gli infermieri, non gli impiegati: forse i medici, a trovarne uno.

(Dovete aver pazienza, ogni tanto suona una sveglia -giuro su dio- e devo seguire un’infermiera che mi porta da una parte all’altra) Al di là della questione squadrista che non ci leveremo mai di dosso, e volendo ondeggiare di qua e di là sulle posizioni del Ministro Gelmini, il fatto di indossare una divisa avrebbe I suoi vantaggi. Come gli Scout, altrimenti finiresti per scambiarli per normali quarantenni con la chitarra: basta un semplice pantaloncino azzurro e gli spacchi la faccia con certezza. Quindi niente medici, quindi non si sa dove andare, quindi spesso ti indicano la strada accompagnandoti e sbuffando e arrivati nel posto in questione ti indicano il cartello “sala prelievi, vedi?” e ti verrebbe da dire che “vedi” lo dice a sua sorella se ce ne ha una, altrimenti richiamiamo in campi I genitori che si diano da fare, e appena esce la si manda affanculo già in ostetricia. Secondo i cartelli indicativi avrebbero una duplice funzione quella di farti capire quando sei arrivato, ma soprattutto di indicarti la strada altrimenti ci capiti per sbaglio e non mi importa se mi viene indicato “sala prelievi” con fare perentorio e “c’avevo ragione io” perché o seguivo invisibili mollichine di pane sparse per tutte le corsie, dondolando tra gli addetti ai lavori (ma nessun nessun medico), oppure quel cartello adesso lo stacco e te lo infilo in culo.

Il test consiste nel soffiare dentro ad un tubetto di cartone attaccato ad una macchina che determina quanto e come una brodaglia che mi hanno fatto bere due ore fa mi sia in qualche modo nociva. Potrei da un momento all’altro avere una terribile scarica di diarrea (ma ne abbiamo già parlato nell’ultima puntata), o soffrire di un terribile mal di testa, o che ne so. Potrebbe accadermi qualunque cosa. Proprio ora, proprio adesso. Loro ne sarebbero entusiasti. Ogni 20 minuti mi prendono il fiato; sono di fatto attaccato alle scalmane dell’infermiera Elena che nulla ha a che fare con quell’estetica da sexy-nursey alla quale sarebbe anche piacevole stare attaccato. Lei mi ha dato un timer per l fare la pasta, il mio orrendo Karma ha deciso che dovesse essere a forma di pomodoro. E io ho centinaia di motivi per odiare i timer a forma di pomodoro ma non è questo il punto, mi rendo conto. Quando squilla la sveglia io, secondo le pratiche della San Giuseppe, mi devo alzare scavalcare una fila di decine di persone, mettermi in mezzo ad un corridoio (cardiologia) lungo almeno 20 metri e “gridare”: Elena?

È appena successo. Ora le chiesto di tenere lei il pomodoro tickettante e venirmi a chiamare quando può, non posso passare la giornata ad urlare in cardiologia se qualcuno li prende uno schioppone mi sento pure responsabile.

Nel frattempo abbiamo avuto la bella pensata di andare a pagare il ticket (il biglietto l’avevo già preso, ero il numero 738) alle 8 del mattino servivano il 691, dico: non c’è male, un’ora ed è fatta. E invece man mano gli sportelli chiudono, ne resta solo uno. Io devo scappare mi chiama la Elena per darmi la sbobba. Vado e la prendo. Mi risiedo in fila, le persone in attesa saranno più di un centinaio. Ne arrivano altere. Una signora con sguardo arcigno fissa da minuti eterni una bambina filippina lasciata sola sulla sedia senza scarpe a pitturarsi le piante dei piedi con un pennarello rosso dalla madre entrata in ambulatorio. Io dico, vedi? Vedi a seguire Lie to me? Si imparano un sacco di cose: micro-espressioni: va’, va’ quella sciura. Fronte aggrottata, angoli della bocca verso il basso, occhi a lama, naso arricciato: è Disgusto e Rabbia!!! È Disgusto e Rabbia!!! È Disgusto e Rabbia!!! Ho imparato. Quella odia gli stranieri, non li riconosce e so che sta pensando “ma te pensa sti cinesi” ecco vedi? Le micro espressioni?

Quella si alza, la micro-espressiva, e con la faccia da strega cattiva dell’ovest e il passo claudicante, dice alla bambina: “vuoi che te lo pulisca quel piedino? E poi ci mettiamo le calzine?” Ora potrei dire che me lo ha messo in culo che è stato un piacere ma preferisco dirvi che, al contrario, Lie to me è un TvShow che si basa su ‘sta ceppa di minchia e non c’è una cosa vera, ma vera sul serio, per tutti e I 50 minuti della durata. Ho mischiato la sospensione di incredulità al bisogno cieco che qualcuno davvero capisse chi è cattivo e chi buono a seconda dello sguardo che fa.

Eccola che è tornata: bon, ragazzi la finisco qui. Quel che avete sentito l’ho scritto per voi, perché io vi amo, amici del podcast, in queste precarie condizioni qui. Computer al 78% di batteria, iPhone scarico, l’infermiera Elena che mi cerca, io che strillo, gli impiegati stronzi e potenziali squassanti scariche di diarrea. È una vita di merda. Ne pas?

Sabato, 3 Ott. 2009
13:05

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