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Micro giornalismo in campo contro il nano pubblishing

Era un po' che volevo scriverne. Adesso lo dico un po' ad alta voce: secondo il mio piccolissimo ed opinabile punto di vista il nano pubblishing ha rovinato tutto. Il pensiero di pagare persone (di sottopagare, di prendere in giro con microstipendini che costa di più il latte) per un pezzo scritto su di un blog tematico è stata per certo un'idea di business interessante che ha dato i suoi frutti ma che ha contestualmente devastato un altro panorama che s'era creato spontaneamente; quelli che scrivevano (e che in un certo qual modo erano comunque di settore e "verticali") per il piacere di farlo senza tante menate, senza far finta di essere una redazione -senza guida sì- però più veri.

Le prime cannonate le tirarono i trendsetter perché è così che fanno: quelle sono cose da trendsetter, cioè: i blog sono morti. Io sono qui che scrivo sul mio blog, internet stessa è composta per lo più di blog, microblogging e aggregatori di blog e social ma i blog erano morti. E sia. Su questo orizzonte costruire un modello di business che prevedesse una razionalizzazione verticale di un prodotto quale ad esempio un "blog che parla di sport" (e ne esistevano cento mila di già e migliori perché sani, perché "puri"), associarlo ad altri creati con la stessa celerità che hanno i funghi, dare un nome al network, aggregare i dati delle visite ricevute e farsi comprare a peso d'oro, sull'orlo della chiusa della seconda ondata web, oh yeah, dev'essere stato piuttosto figo: ma se un giorno ti chiedessi che ne è stata della blogsfera di una volta, risponditi che l'hai ammazzata anche tu, e non svicolare responsabilità.

Poi c'è che un giorno l'editore del New York Times, no Eco di Bergamo -con tutto il rispetto, arriva lui e dice: la carta è morta. E lui è un po' più trendsetter di quelli che "i blog sono morti" vuoi perché di mestirere fa l'editore. E poi aggiunge: non è che la carta sia davvero morta ma è che non abbiamo bisogno di giornalisti quanto invece ne abbiamo di giornalismo. E il giornalismo va benissimo quello della rete. Il mio pensiero di allora fu che in effetti l'ho sempre pensata così; io non compro giornali di carta perché ahimé quelle notizie le conosco tutte. Vorrei un giornale di carta che mi parlasse, approfondendo oltre quel livello al quale io non sono stato in grado di arrivare, una posizione, un pensiero, un concetto, una visione unica o collegiale; vorrei un giornale di carta con la storia del New York Times o del Corriere della Sera o di Repubblica che la smettesse di dirmi le notizie di ieri perché le ho sapute in tempo reale ieri, che relegazze le stupidaggini a chi fa giornaletti di stupidaggini, e pieno di opinione, perché io possa essere aiutato nel costruirne una mia. O compiaciuto nel ritrovarmi in quella del grande analista che stimo. O infuriarmi e dibattere e arrovellarmi sulle posizioni in contrasto. Del resto non mi importa più. La notizia è morta perché è lontana, nel tempo? Cioè perché di ieri? Non lo so. Io non sono un giornalista e non lo sono divenuto, non ho provato a diventarlo e non ho fatto in modo di poter provare ad essere pubblicista, magari ne avevo le carte, magari no. Non è quello: è che ho più bisogno di giornalismo che di giornalisti.

Come estensione di questa riflessione che compromette un sistema potente ed oramai consolidato da un centinaio di anni, gurdavo con sempre maggiore interesse le formule di microgiornalismo e di aggregazione della notizia a livello cittadino, quasi quartierale. Gurdavo nascere questo genere di cose in giro per il mondo e, fossi uno che nella vita investe in queste cose, ecco io vi avrei investito, perché ho un sacco di argomentazioni per affermare che il nano pubblishing a 0.60 centesimi al pezzo è un modello top to bottom che fallirà sul lungo periodo, non dopo aver reso molto ricchi i rispettivi Cda, come è anche giusto. Al contrario l'altro microgiornalismo, fatto di giornalismo e che decentra al punto da occuparsi della "città" e a scendere addirittura di un quartiere è un modello vincente. Che ha le gambe come dicono a Milano. Perché è un modo pensare alle notizie, di produrre le notizie, di distribuire le notizie che prende in considerazione che io sia connesso ad internet piuttosto spesso, e che nonostante io lo sia, possa muovermi per la città ed aver dunque bisogno di avere determinate informazioni del luogo in cui mi trovo, dove "il luogo in cui mi trovo", non è più il Pakistan, né altro.

Ed è la mia una vision che evidentemente non cade per terra perché l'ha avuta anche Luca Lani, che oltre ad essere persona che conosco e stimo, s'è messo lì ha rimboccato le maniche e ha creato MilanoToday.it, e non lo lascia da solo, c'è Roma, Piacenza, Pescara, arriverà a breve Napoli e Trieste. Non "proviamo a vedere che succede". È esattamente quello che serviva, associato ad un mondo di blog e di blogger che già c'è, scalciando quel modello di nano pubblising che ha mostrato il fianco senza essersi mai reso capace né credibile quale soggetto che completasse la nuova torta dell'informazione per come quel concetto oggi sta evolvendo e forse trasformandosi per sempre. È esattamente quello che serve, quando serve, e -che per me è il suo punto di forza- finalmente “dove”.

Lunedì, 11 Mag. 2009
tag: Giornalismo [64], Luca Lani [1], Milano [79], MilanoToday [2]
08:21

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