Techno President (and may God save the Net)*
E’ il millonevecentocinquantasette.
Lei ha la mia età: trentuno.
“Buon Natale - poi riguarda sul foglio - Venticinque anni fa venne per la prima volta trasmesso l’augurio natalizio di mio nonno, con la radio. Oggi invece raggiungiamo un altro traguardo, poiché grazie al televisore, per molti di voi, è addirittura possibile vedermi, da casa vostra, il giorno di Natale. La mia stessa famiglia è solita radunarsi e guardare la televisione, lo sta facendo anche in questo preciso momento, e credo anche voi. Spero vivamente che questo nuovo medium possa rendere il mio messaggio di Natale meno impersonale e maggiormente diretto. [...] Il fatto stesso che molti di voi, oggi, possano finalmente vedermi è indubbiamente significativo di quanto le cose cambino rapidamente attorno a noi e poiché le cose cambiano non sono affatto sorpresa che alcuni possano sentirsi perduti e non sappiano decidere a cosa tenersi ben saldi e cosa scartare, come godere di questa nuova vita che avanza senza dover necessariamente gettare quanto di buono ci fosse nella vecchia. Eppure il problema non sono le nuove invenzioni. Il problema sono la gente che non pensa [...]”
Quando vi dico che determinati popoli, grazie anche alla guida di sovrani particolarmente illuminati, hanno risolto molti dei nostri odierni problemi cinquantanni fa, è perché so cosa dico. Da un lato -è vero- sono un po’ presuntuoso, dall’altro ho voglia e passione per perdere cinque minuti del mio tempo e mettervi a parte che c’è vita al di là delle Alpi. Avete appena letto il pensiero di una giovane donna tutt’ora regina di Inghilterra. Dio la salvi.
L’anno scorso, dopo cinquantanni esatti, la Casa Reale Britannica apre il Royal Channel su YouTube, e per la prima volta il tradizionale messaggio d’auguri viene trasmesso anche lì. E poi hanno fatto un podcast, e poi un video-podcast. Elisabetta II va matta per la Wii, aveva un Blackberry e ha esplicitamente chiesto che la comunicazione della Famiglia Reale fosse in qualche modo digitalizzata. Ha ottantadue anni. Ed ha anticipato di uno l’Onda Anomala Barack Obama, sapevate che saremmo finiti lì: non fate quelle facce.
Del quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti si dirà molto, di qui ai prossimi anni. Io ricordo solo che ad un certo punto si capiva che qualche cosa di diverso c’era. Ma sul serio. L’ho visto andare ad MTV, ospite dell’equivalente di una nostra trasmissione ggiòvane con la doppia “g” e la “o” molto aperta trasformata in dibattito alla bisogna. I ragazzi stavano lì e lo guardavano, e non c’era timore reverenziale perché i ragazzi sono un po’ uguali dappertutto, e se stanno seduti negli studi di MTV non hanno ‘sta voglia matta di avere tra le balle un politico. Simpatico, cool, ok: ma chi se ne frega datemi i ColdPlay. Barack Obama e il suo staff lo sapevano, allora si sono messi d’accordo e hanno comunicato agli autori della trasmissione di far pervenire le domande anche dalla Rete, non si sarebbero tirati indietro. Ci sarebbe stato un confronto aperto sulle cose che interessavano ai ragazzi. Se avessero voluto parlare di guerra, di guerra avrebbero risposto. Calze? Vada per le calze. Video giochi? A manetta, erano preparatissimi. La domanda arrivò da YouTube da uno che un ragazzino non era affatto e chiese conto della posizione dell’allora Senatore dell’Illinois sulla Net Neutrality. Potete cercare quell’intervento e vedrete come Obama prima ancora di rispondere cerca di ricapitolare il concetto per coloro i quali non avessero compreso il soggetto della domanda. Citando i perché e i percome, Facebook, MySpace, dimostrò di possedere non già un’infarinatura sull’argomento ma una decisa consapevolezza di quel che stava dicendo. Non si pretende che passi le giornate a “pokare” gli amici, ma perlomeno vive la nostra realtà, quella mia, la vostra, quella dei vostri conoscenti. Rifletteteci un secondo e se riuscite a deglutire il magone andiamo avanti.
Io non so come la racconteranno gli storici, io non sarei nemmeno in grado di cominciare un discorso del genere, non ho le basi per riuscire a risalire il filo d’Arianna e spiegare ai posteri che cosa è stata l’elezione e prima ancora la campagna e prima ancora la corsa alla nomination di quello che vedrò con i miei occhi fare il presidente della prima superpontenza del mondo e faro, nel bene e del male, della cultura occidentale dell’era moderna ma quello che invece so è che ha vinto perché da un lato si è scrollato di dosso (o non ha mai avuto) quella patina di magari-fosse-snobismo tecnologico che invece è solo “sfiga”, e dall’altro perché una volta che ha capito -che lui e i suoi hanno capito- non s’è messo a fare tante domande e ha organizzato una campagna ad alzo zero su YouTube. Se la domanda fosse “Barack Obama ha vinto perché oggi c’è YouTube?”, la mia risposta è: santo cielo sì, tornate sulla terra.
Dico così perché consapevole dell’unica cosa che conosco a mena dito: la mia esperienza. Ho seguito sufficientemente dal principio e decisamente sino in fondo l’avventura di quell’uomo. L’ho ri-visto dal soggiorno di casa sua guardami negli occhi e spiegarmi perché stesse per intraprendere una cosa del genere. L’ho ri-visto girare gli Stati Uniti in lungo e in largo e convincere le persone una per una, rispondere loro, alle loro provocazioni, ridere, scherzare, mangiare; l’ho ri-visto vincere un pezzo alla volta. Ho ri-visto i suoi supporter fare le canzoni che inneggiavano al suo slogan, ho ri-visto le interviste ai suoi detrattori, ho ri-visto gli endorsment che ha ricevuto, dagli amici, dai politici e da Oprah Winfrey. Ho ri-visto. Perché in diretta, fosse anche solo per questioni di fuso orario, non avrei potuto. Ed è capitato perché c’è YouTube, oggi: non perché sono bello, o perché mi impegno, o per i Monsoni. Anche nel 2004 ero bello e c’erano i Monsoni e mi ero impegnato ma allora l’informazione on-demand era una chimera. Fine della questione con buona pace della tv-come-vuoi-tu, il futuro che non c’era, eccetera. Io ho seguito gli avvenimenti di cui ero interessato in mille modi differenti perché qualcuno ha pensato di rispondere alla domanda latente di un ragazzo dall’altra parte del mondo che l’unica cosa che sapeva per certo era che voleva conoscere come andavano le cose al di là dell’oceano. Avessero trovato un modo! E l’hanno fatto. Fate un piccolo esame di coscienza. Secondo voi una folla ululante s’è radunata a Berlino inneggiando ad un uomo che con loro non avrebbe avuto nulla a che vedere perché tutte le mattine usciva da casa per comprare il Wall Street Journal o il Washington Post? Siamo seri per piacere. Questa cosa ha un nome: internet, la rivoluzione portata da.
La campagna elettorale guidata da David Plouffe è stata un laser. Nei contenuti? Sicuro come l’oro. Nella forma? Puoi scommetterci gringo! Non è che si sono svegliati la mattina e hanno deciso che già che non sapevano che fare allora “pubblichiamo ‘ste due robe sul blog”. E’ un media plan, no? E’ evidente che lo sia. Apri il sito ufficiale, il canale su YouTube, ogni social, presenti anche nel microblogging. Ovunque. Ovvio quasi, è che prima di fare gli sbruffoni e depennare il tutto come lapalissiano bisognerebbe compiere questo sconvolgente gesto rivoluzionario di pensare ad internet (con la i minuscola) quale contenitore di media. Nuovi media, non necessariamente in competizione con i vecchi, alle volte complementari. Fatto questo sforzo atroce probabilmente si è in grado di pensare a come utilizzare questi nuovi canali per veicolare il proprio messaggio. Ad averne uno, tra l’altro. Lo dico perché non venisse di nuovo in mente che basti fare un sito con il nome della nostra nazione, o tradurre uno slogan, o scimmiottare gli anglosassoni per credere di poter raggiungere altrettanti risultati. Lo dico perché una giovane signora cui è capitato di fare pure la regina ce lo diceva cinquantanni fa: “non vi preoccupate, le cose restano le stesse, c’è solo un modo nuovo e forse migliore per raccontarvele.”
Io non posso insegnare alla politica nostrana cosa sia un techno president, di cui a brevissimo sentirete parlare dai maggiori organi di informazione nazionale, perché dato che non si tratta né della mia professione né della mia missione (e visto che non sono un martire) mi fermo prima. Mi fermo quando so, per certo, che sarebbe l’ennesima volta in cui si sta cercando di importare il contenitore ma non si ha nulla da metterci dentro. E sono cose che scopri quando ti senti rispondere che i Social Network sono il nuovo centro di aggregazione giovanile sì ma che Facebook è per sfigati, che Second Life è in declino, e che il popolo dei blog, e che il popolo dei fax, e che che che noia. E’ già il linguaggio che è sbagliato. Lo spirito che c’è dietro è sbagliato. C’è sempre qualche cosa da spiegare, e nel farlo con quell’atteggiamento da “adesso ti insegno io la vita che la so lunga”. Quando va bene. Quando va male si chiede di oscurare i siti, o si parla di internet argomentando di pedofilia. C’è chi è giunto a ritenere di valida esposizione una frase che prevedeva che fosse “tale e tanto lo squallore che, fosse per me, io questa Internet la chiuderei”. C’è da vergognarsi non da sorridere. Sono cose che vengono pronunciate da persone che hanno il ruolo di decidere se e quando i comuni cittadini possono o meno avvalersi della tecnologia e come. Il linguaggio è una cosa importante, non lo si può usare a caso. Obama aveva bisogno di dare una sferzata di novità all’intero suo motore, non si sarebbe potuto presentare come l’ennesimo che passava da lì, sempre uguale a prima. Quell’uomo parlava, io lo ascoltavo, e lo sentivo dire delle cose che non capivo come fosse possibile sapesse. Poi ho cercato e ho scoperto che il suo speech writer è un ragazzo di ventotto anni, si chiama Jon Favreau è nato nel 1981 e ha convinto circa 70 milioni di persone nei soli Usa. E lo ha fatto, anche, parlando delle cose di questo mondo qui. Quelle che hanno un nome, un cognome e una marca, alle volte. E questa cosa è suonata naturale, normale, appartenente al nostro mondo. L’ho fatto io per voi, sono andato ad ascolare un po’ di dibattiti nostrani, sembrano in un film. Sapete la storia dei film che raccontano tutto ma non “la storia del cinema”, no? Lo spiegano bene in “Santa Maradona”, tu vai a vedere Rocky III ma in quel mondo lì, quello di Rocky III, i personaggi non hanno mai visto Rambo perché il film di Rambo non è mai uscito. La politica è uguale. Nessuno parla di Vita, parlano “attorno” alla vita. Con la delicatezza di chi non vuole sporcare. Hai voglia a fare siti e spedire newsletter, non è più quello il punto.
Il techno president, come lo chiama la CNN, è un afro americano di quarantotto anni che adora le email, vive su internet perché ci lavora con internet tanto quanto lavora con i giornali, le televisioni, le radio, la carta e la penna e la testa. E’ un microcosmo di cose quello che ti porta ad aprire il tuo canale su Twitter e raccontare in microblogging un dibattito. O a scattare decine di fotografie nella lunga notte che ti porterà all’elezione a Presidene degli Stati Uniti e pubblicarle su Flickr. Ma prima devi sapere che c’è Flickr e perché Flickr. E cosa verrà domani e dopo Flickr. E non è il diavolo, è la vita normale, sapendo a cosa attaccarsi saldamente e cosa scartare senza terrore, senza ansie. Perché è solo un mezzo. Ma è un mezzo che aiuta centinaia di milioni di persone a capire meglio. Milioni in tutto il mondo. Io non darò giudizi a priori. Io non so come andranno questi primi quattro anni da presidente di un uomo che quando arrivava da qualche parte me lo diceva via mail. Ma quello che so è che il mondo ha assistito ad una cosa importante. La morale è che se sei un politico e stai per fare un dibattito e non inviti i blogger non è un peccato veniale è che non conosci una porzione di mondo; e se non ti frega niente, è spiacevole, ma hai torto perché quello lì è il mondo che verrà. Quello che ha guadagnato un altro canale di informazione e vuole che tu sia disponibile a farti ri-vedere, ri-sentire, che è questioning e non gli bastano tre cose messe in croce, quello che è il nuovo che avanza e avrà un sacco di difetti ma per certo sta provando a trattenere quanto di buono ci fosse prima. E si chiama internet, e dio salvi anche quello se gli avanza del tempo.
* il post è stato scritto per Moltomedia.it


