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L'errore umano - parte 8: Annamariassuntina

Il mio numero è P38 e secondo me, questa volta, qualcuno mi vuole comunicare qualche cosa.

Congiunzioni astrali, precari equilibri cosmici, l'amore in Venere e quelle cose lì. Secondo me se io mi avvicino al Caron dimonio e lui mi benedisce di un biglietto con su scritto P38 c'è un significato, e nemmeno troppo recondito. Mi sono sentito investito, io ho il potere di Greyskull. A Milano. Pochi passi dal tribunale, la posta. La mia. Lei mi aspetta là, perché è dal Big Bang che le stelle e i neutrini fanno sì che, infine, io la veda: Annamariassuntina. Ve lo giuro su dio, che per necessità di copione faremo esistere almeno per oggi.

Io sono un cliente. Un tempo sarei stato un cittadino, qualcuno avrebbe potuto pure scambiarmi per un utente, ma quei tempi sono andati. Una volta c'erano i postini, ricordate? Avevano una divisa, c'era un decoro, un barlume di dignità. Il postino era un signore, con il suo berretto, non vorrei sbagliare ma forse era addirittura un Pubblico Ufficiale. Oggi le Poste Italiane hanno l'unico sito (al mondo, io credo) per iscriversi al quale bisogna aspettare che ti arrivi a casa una raccomandata. Ve lo ridico, vi va? Allora, per iscriverti all'unico sito dell'unica azienda del Paese che ti permetta di inviare un telegramma, devi aspettare che arrivi a casa una raccomandata. Il tutto, poi, è collegato al tuo Codice Fiscale (che è univoco) e a me, che non è mai arrivata la raccomandata, non è più data l'iscrizione, non posso accedere, non posso provare gli entusiasmanti prodotti. Oggi le Poste Italiane sono una società tenenzialmente privata che ha colorato il suo mondo di giallo evidenziatore, piallato le meningi dei propri dipendenti e messo in crisi me. Vendono libri. Calze. Pennarelli. Viaggi vacanze. Fanno i virtual operator per i cellulari, concedono mutui, hanno bancomat e depositi ma non i francobolli. Quelli no. C’è almeno una corsia privilegiata per i necrofili Amici della Filatelia in ciascun ufficio, ma francobolli no. Poste Italiane ha messo in crisi me perché io entro là dentro e divento un fottuto, sporco, maledetto, classista razzista. Ma oggi -oggi che mi chiamo P38, oggi no: oggi ho capito che il problema non sono loro, o non completamente, il problema sei tu. Proprio tu che leggi qui e non capisci.

- C'è i pacchi? -lei.
- C'è i pacchi? -lui.
- C'è i pacchi? -l'altra.

Un brivido mi percorre la schiena come se di lì a poco dovessi estrarre un’arma e far notare che quella che sto iniziando è una rapina. No anzi, io sono il capitano di un’armata del bene, roba grossa, un misto fra Vietnam e Orzoway.

C’è i pacchi, signora? Dove è che c’è i pacchi?

Lei non guarda me e quasi ci resto male perché di solito sono io l’oggetto di queste attenzioni. Lei si avvicina ad una donna seduta alla mia destra, una biondina sui trentacinque, bel sorriso, denti bianchi (non fuma) che di recente s’era fatta notare per aver perduto a terra tutto quel che tenesse in mano ed in posa da ginnasta si fosse prodigata nel raccogliere senza piegare di un grado le ginocchia, così facendo regalando evidenza di quanto si nascondesse (senza riuscirvi granché) sotto i pantaloni bianchi di lino, vita bassa... e le chiede: c’è i pacchi, signora? Dov’è che c’è i pacchi?. La ragazza-di-lino sgrana un po’ gli occhi e ripete: c’è i pacchi? Allora quella mi salta come se fossi stato trasparente e si rivolge ad un signore che stava alla mia sinistra, una sorta di padre inglese dei primi del secolo scorso- quel misto giusto di Earl Grey e Mary Poppins (Le sei e tre! E i miei teneri rampolli, mi attendon già nutriti a sazietà...): ma dove è che c’è i pacchi? Lui sbuffa con fare da banchiere e ripete tra le labbra il mantra del momento: c’è i pacchi?

Mi trema un occhio. Forte.

L’ufficio postale del Tribunale di Milano ne ha viste parecchie. Ha le spalle larghe e non si scompone; è farcito di gente vispa che sa bene cosa fare quando, come e perché. C’è il tribunale lì a dieci metri dieci, non puoi fare il cretinetto, ok? L’ufficio postale di Milano, corso di Porta Vittoria, ha sei sportelli. Uno è muto, uno è chiuso, uno risponde alla F, gli altri alla P: meglio di così non ve la so spiegare. Il Caron dimonio sta fermo e attende, le anime ed io con loro vagolano orrendamente... con occhi di bragia, loro accennando, tutte le raccoglie. E con il tuo numerino vai a posto e aspetti il tuo turno. Che sarebbe così semplice.

Le osservo una dopo l’altra, si avvicinano al distributore e lo guardano. Lo riguardano. Si voltano, cercano di attaccare bottone: Milano le scalcia via. Le anime postali non sanno quale bottone schiacciare, assioma. I bottoni sono due, su di un bottone l’etichetta riporta la scritta “Solo per le aziende”, l’altro quella che dice: “tutti i servizi”. Sembra una sciocchezza ma non lo è. Nulla è mai una sciocchezza in questa Nazione di merda. Nessuno sa cosa schiacciare, e il risultato è che ciascuno preme entrambi e ritira due biglietti. Non serve a niente, tutti sbagliano ma il processo non si interrompe. Perché nessuno fiata, perché nessuno percepisce l’errore, perché nessuno si preoccupa del disordine mentale proprio ed altrui. Le Poste Italiane da questo tragica commedia permanente non imparano nulla, da secoli. Evidentemente il distributore dei biglietti non è chiaro, evidentemente abbiamo a che fare con una deriva fallata del genere umano, e sia: per dio, cambiate modo non si può andare avanti così; dice: ma la gente è imbecille non è colpa nostra, è vero allora fatelo per me, per quelli come me, che non sono imbecilli. Fate una fila con su scritto: Simone vieni qui che ti amiamo. E io verrò lì, avete lo sportello degli Amici della Filatelia -che saranno in trenta su sessanta milioni di persone dei del cielo- potete farne anche uno solo per me, uno che non vende calze, libri e vacanza premio. Devo pagare una multa ci vuole mezzo minuto, vi sto implorando.

- Signora è la F questa, lei non può venire alla F.
- C’è i pacchi?
- No signora, questa è la F.
- E i pacchi?
- No, F, vede? Lei deve prendere la P.
- Ma io ho i pacchi.

Mi alzo, non è il mio turno ma il senso di vomito e di inadeguatezza mi prende la gola e lo stomaco e vorrei piangere le lacrime che non ho più da anni. Vado allo sportello in un solo moto, prima mi fermo al distributore, compio il rivoluzionario gesto di premere il pulsante “tutti i servizi” (la P), porgo il biglietto alla signora dei pacchi e la metto a sedere, guardo la tipa dello sportello e le dico, ma davvero calmo: il cartello dei numeri riporta un codice fatto da una lettera e un numero, sul biglietto che ritiriamo c’è un codice composto da una lettera e un numero, sul vostro sportello viene riportato solo il numero senza alcuna lettera, sul distributore c’è scritto “solo aziende” e “tutti i servizi” né numeri né lettere, questa qui conosce diciassette vocaboli e li ha quasi usati tutti, poi sviene, lo capisce che è inutile passare ad un secondo livello di difficoltà e astrarre al punto da indicare la questione F e P? Il popolo si muove come le onde del mare, rimbalzando l’una sull’altra. Io mi siedo. So di aver compiuto il più grosso sbaglio dei miei ultimi venti giorni ma non ce la facevo più. ‘Sti michia di pacchi mi avevano un filo rotto il cazzo.

La ragazza di lino mi sorride e mi dice che sono stato bravo e che ha caldo da morire, e che in questo posto qui non si può mica andare avanti così, che ha preso mezza giornata di permesso per spedire quella raccomandata lì, che comunque anche loro non si possono comportare così che tutti gli sportelli sono chiusi e uno perde tempo. La fermo e le faccio notare che tre sportelli su cinque sono aperti e che questo significa stare ben al di sopra del 50%, che stanno lavorando, che nessuna -in effetti- delle sportelliste sta giocando a tennis e quindi che bisogna avere pazienza. E lei mi incalza dicendo che sì in effetti lei ha pazienza ma qui con questi numeri non si capisce niente e poi non è che uno può passare la giornata in posta e allora “io me ne vado”. Nel farlo decide di dare il suo biglietto (P35) alla signora dei pacchi (P50). Le dico, scusa, non mi pare corretto. Lo sentite il fischio della bomba?

- Ma perché scusa è una mia decisione, no?
- Sì lo è, ma stai facendo uno sgarbo a me e a tutti gli altri che stanno prima della signora.
- NO -mi dice alzando la voce e la signora si fa Coro muto- no, è che tanto vado via e allora lo passo a lei.
- Sì -le dico io mantenendo inalterato il tono- ma questa azione genera uno sgarbo nei confronti di chi le è davanti, capisci?
- No. Tanto io vado via.
- Tu vai via, io resto. La signora sarebbe dopo di me, tu le passi il tuo biglietto, la signora passa davanti a me e ad altri 20, cosa cazzo c’è di così complesso?

C’è i pacchi si fa sotto sfoggiando una fantasia sconvolgente.

- Ma scusa ma io che c’entro?
- Beh lei, signora, beneficia di un sopruso nei miei e altrui confronti; lo definirei un atteggiamento da avvoltoio.
- E’ che sei invidioso.
- Io?
- Tu, tu e chi sennò?
- Signora, ma che cazzo dice, io voglio solo andare via da qui avendo pagato quel che devo, dipendesse da me sarebbero almeno cinque anni che faccio di mestiere Nonna Papera: torte, feste per i nipoti e invasare passiflora, ok? Invece mi tocca stare qui a disquisire con gente come voi su delle cose che dovrebbero essere stampate nel DNA ma niente, la realtà va oltre ogni maldetta immaginazione.
- Facile che voi sapete l’inglese.
- Quale inglese? -questa mi ha spiazzato
- L’inglese, noi qui coi pacchi che neanche sappiamo dove.
- E poi se è così importante allora io lo dò a te e tu dai il tuo a lei -mi dice la ragazza di lino.

Ho staccato per un attimo. La mia testa mi ha portato fuori da lì per qualche momento intero ed eterno. Ho pensato: questi non hanno il concetto del prima e del dopo, ma dove cazzo vogliamo andare?

- Ok, ok. A posto così, bene. Dài pure il tuo biglietto alla signora, non importa davvero; avete ragione voi.

Mi siedo esausto, la gente mi guarda ed implicitamente mi chiede. Ma non mi chiede. Io non avrei comunque nulla da rispondere. Qualsiasi cosa avesse seguito sarebbe stata enormemente più complicata del “prima e dopo”, sopra e sotto. The cat is on the table. Non credete anche voi ci sia un motivo per cui i metodi per insegnare una lingua “altra” partano sempre da una cosa tipo: il gatto è sul/sotto il tavolo? Non sarà che in quel semplice nucleo sta tutta la Stele di Rosetta del nostro ideale pluralismo di idiomi accomunati da semplici concetti primordiali? E se non possiedi quelli, dove ti dirigi ma soprattutto: perché?

- Ha vinto Annamariassuntina! Ha vinto Annamariassuntina! Ha vinto Annamariassuntina!

Diceva ridendo e gongolando la signora dei pacchi adagiandosi sulla adolescenziale cantilena, ma io come cazzo glielo spiego a questa orrenda troglodita dagli occhiali in 16:9 che non è una gara?

Gli altri della saga L'Errore Umano:
Piu Miu, Dario, Alessio, Jessica, Sara, Mr. Wong, Annamariassuntina




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