Pretending
Tollerante. Devo essere tollerante.
“Non mi parla, Jiro, non mi parla!” L'oggetto sono io.
“Chist’ è nu’ guaglione ma c’ha tutt’e cose in anglese, che cazz’... e vabbuo’ aggia prova’ come con il ‘grosso’ di ieri?” Lo dice fissandomi.
“E niente, ieri sera, Jiro, stavo da quello. Quello ‘grosso’, sì: è stato un momento, Jiro, chill’ s’è ‘namurato del mio orologgio e gli ho detto ‘se lo vuoi ce ne sono altri’, e allora lui m’ha detto che lo vuole, ma lo vuole subbito, Jiro, hai capito? Jiro?” Cade la linea. Io sono quaranta minuti che non apro bocca.
“Sì, Jiro? Ecco, e no. E sto sul treno, per questo. Vabbuo’ ti dicevo che lo vuole subbito; io ho pensato che ci sta a prendere per il culo ma lui m’ha detto che non c’è problema. Se sono trentamila non c’è probblema. Il fatto è che allora poi ho sentito Cassa perché se il ‘grosso’ c’ha i soldi bene! Epperò mica gli dò il mio, eh Jiro? Ce ne vuòle un altro. E il Cassa mi dice che un altro lo trova da qualche amico oppure se lo fa prendere a lui. Tu Jiro che dici? Vabbuo’, e con chist’ mo’ ce provo ma non credo, non mi parla Jiro, non mi parla!”. Non stacca gli occhi da me. Chiude la comunicazione e mi guarda. Io lo so che guarda me, io leggo ma lui mi guarda. Poi si alza e non so come faccia perché non c’è spazio e quello che c’è non permette di essere chissà come agili. Beh, si alza e mi punta il dito e mi dice: “Adesso o mi parli o mi incazzo!”
Una telecamera dietro la quale Quentin Tarantino ride e bisbiglia mi inquadra da dietro le spalle, poi si alza sopra la mia nuca andando a riprendere di tre quarti un uomo tozzo, butterato, ha gli occhi piccoli e scavati dietro ad un naso largo e schiacciato sul quale poggiano occhiali da vista azzurrati, a goccia, montatura in metallo dorato. Indossa un maglione giallo canarino a rombi azzurri come quello di Charlie Brown, ma il suo è brutto eppure s’intona con i capelli. Porta un paio di pantaloni di velluto a coste larghe color marrone, leggermente lisi sulle ginocchia ed un poco slacciati in vita, facendo sì che la cintura li tenga chiusi per quanto può, perché costui è anche grasso. Il giusto per essere esteticamente fastidioso ma nonostante tutto potersi sedere ed alzare con agilità. Mi punta il dito e vuole che parli con lui. Tollerante, Simone, tollerante; sii tollerante.
“E vabbuo’ non mi parlare: magari non capisci manco un cazzo di quello che dico, io non voglio neppure ma lo vuole Jiro. Hai capito? Lo vuole Jiro” Mi punta il dito, ora è incazzato, serio. Non sono solo. Con me ci sono il ‘Pakistano’, il ‘Padre piallato’, il ‘Figlio piallato’, la ‘Madre piallata’, ‘Cecilia’, la ‘Comunità di ciechi’, la ‘Dormiente’, ‘Suora A’, ‘Suora B’, ‘Giappa’ e “Bocco”, poi io e lui: Enzo il camorrista. Non lo penso io, me lo ha detto lui. Di secondo lavoro lui fa il camorrista. E io penso... un attimo: come cazzo ci sono finito in tutto questo?
Sabato 10 marzo 2007, sono le 9 del mattino. Esco dalla doccia perché c’è il caffé che mi aspetta. E dio solo sa quanto amo bere il caffé appena esco dalla doccia. Leggo qualche cosa qui e là, mi vesto ed esco. Croccetta - Stazione Centrale è un percorso breve, sulla linea gialla (la numero tre) della metropolitana di Milano. Poi salgo sul treno, Eurostar 9435 delle 11:00 da Milano Centrale a Roma Termini, carrozza 8 posto 32, 51 euro. Nella capitale mi aspetta una serata tra amici e parenti, in occasione della prima de “La fille mal gardee”, balletto in due atti per le musiche di Ferdinand Hérold. Una cosa da secondo anno di composizione, e un incisione orripilante: pure dal vivo. La coreografia è particolarmente didascalica, al limite del parodistico in alcuni punti ma così è stata ideata da sir Frederick Ashton nel 1960 ed il riadattamento per la scuola di Danza dell’Opera di Roma la riporta tale e quale, generalmente dignitosa, talvolta lascia il passo alla pantomima, nella sua accezione storica. Mia sorella era nel corpo di ballo, primo cast: mi è parso carino assistere. Cinquantuno euro e un viaggio di andata ben oltre i limiti della decenza ma se mi avessero detto cosa sarebbe stato il ritorno non avrei potuto credervi. Né voialtri.
Di fronte a me stanno due matrone. Una ha un occhio bendato e l’altra mangia formaggini dall’odore nauseabondo come fossero caramelle per la gola. Non li scarta completamente dalla stagnola. Li sbuccia a malapena, quali improbabili banane triangolari e le assale a grosse dentate. Talvolta sputandone l’involucro o levandolo con le dita se incastratosi, non voglio sapere dove, durante il boccone precedente. Non si dà tregua, quella dotata di vista stereoscopica. Me ne offre un pezzo, ma non nuovo: non ne scarta uno intonso e me lo offre (che già...), mi porge con fare indescrivibile e piglio peggiore, quel che già ebbe modo di assaggiare l’istante precedente.
Come coloro i quali temono i cani immantinente subiscono di questi ogni festa ed inopportuna esternazione di gioia (di norma i migliori amici dell’uomo scelgono la lingua sulla faccia), io, che ripudio l’umanita in ogni sua forma e da tempo ho abdicato a quel che ad essa concerne, mi trovo preda di ogni suo più estremo esponente. Catalizzatore in carne ed ossa dal terrificante destino, attiro, come il Polo nord ogni bussola, il peggio del peggio: il fiore all’occhiello di ogni tristezza più cupa, la psichiatria spicciola in ogni sua declinazione.
Io non parlo. Io non dico, io non faccio, io non. Ho più di una cosa da leggere, provo con quelle. Dietro di me, instancabili, due signore parlano di cucina. Le ascolto per un po’ abbassando il mio libro (Dracula, Bram Stoker, Penguing Popular Classic, 2 pound, copertina verde e pagine che lasciano l’inchiostro sulle dita) e fingendo interesse per il paesaggio che lentamente scorre al finestrino. Il posto 32, non si affaccia sul corridoio. E nemmeno è un posto singolo, come in realtà avevo prenotato sul sito di Trenitalia, 52 euro, ticketless, senza ricevuta. Ascolto le signore che siedono alle mie spalle. Parlano di mammole. Dicono dei carciofi, ridono di quelli che mangiano tutti gli altri esseri umani su questo pianeta (quelli che scelgono, diciamo una miliardata o qualche cosa di più) e si fanno paladine del vero ed unico carciofo, quello senza spine, quello che assomiglia ad un ranuncolo però è violaceo. E’ buono, è una qualità di carciofio, non “il”, inutile spiegare, inutile stare a voler precisare; ho abdicato, s’è detto e poi io sono quello che non parla. Eppure ho recepito un paio di ricette niente male. C’è sempre da imparare. Poi parlano del ristorante dei vip, quello della Ferilli. Ma è della Ferilli? No, è che ci va la Ferilli. Ah. Ci lavora il nipote di una delle signore alle mie spalle. E l’altra allora le dice, accondiscendente, che la prossima volta sicuramente farà presente d’aver viaggiato con la... la zia, ah ok, con la zia di... del cuoco, ok, con la zia del cuoco. Glielo dica, glielo dica! -la incalza la zia- glielo dica, ché le fanno lo sconto, sa? Glielo dirò pure io, così faranno lo sconto anche a me. Tollerante. Sarò tollerante e con lo sconto. Mi prude una mano. Prude da morire.
Il Conte costringe Johnathan nella sua stanza. Lo assale di domande sull’Inghilterra. È assetato il Conte. Assetato di Londra. Vuole conoscere, vuole sapere quel che i Carpazi gli hanno tenuto nascosto così a lungo. Johnathan racconta, seduto di fronte ad un camino che non cessa mai di ardere nella grande stanza della libreria. Fumando il sigaro che il Conte gli ha offerto, descrive come funzionano le cose in occidente. Nel suo diario annota che Budapest è un qualche cosa di stupendo, una vera e propria porta d’oriente varcata la quale tutto e diverso. Tutto viaggia su binari differenti. Il suo treno era in ritardo. Un’ora di ritardo. La carrozza ad attenderlo era in ritardo. Il calesse era in ritardo. Appunta, Johnathan sul suo diario, che “sembra che più si va verso oriente più le cose sono in ritardo. Mi domando come potrà mai essere la Cina!”. Anche il mio treno è in ritardo. S’è rotto. Alla stazione di Firenze Santa Maria Novella. S’è rotta la centralina elettrica. Dodici vetture più un locomotore, funziona tutto ad elettricità, di centralina ce ne è una. Se si rompe stai fermo, quaranta minuti a Firenze. Eurostar 52 euro, posto prenotato. Matrone, formaggini nella stagnola, cuoche bisbetiche, e Dracula. Tutti lì, a Firenze senza luce, né caffè. Tollerante. Ancora un poco. L’odore è nauseabondo. Tollerante. E’ quello a fianco a me. Tollerante. Questa specie di orco in Avirex nero, marito di quella cosa rossa che sta dall’altra parte del corridoio e si sporge, occupandolo, per farsi aiutare nelle parole crociate. L’orco è un genio. “Nove qui: 5 lettere, la prima è ‘na ‘V’, un Giuseppe musicista? Prova Vessicchio”. L’orco però puzza come una cloaca d’altri tempi. Tollerante. E’ Verdi, porca troia, è Giuseppe Verdi. Mi prude una mano. Mi guardo la mano. E’ stata punta; punta da qualche cosa che trovo evidente sia giunta a me dalla cloaca in lizza per il premio Nobel. La mia mano destra è più grande di una volta emmezza le sue dimensioni normali, costellata di puntini rossi. Sembra il lavoro di una pulce. Vado in bagno. Mi lavo le mani. Me le lavo per bene. Vado dal capotreno. Le mostro la mano. E’ una donna il capotreno. Lei la guarda e mi dice: “che le succede?” Io ho provato a dirle che quello a fianco a me sarebbe stato da isolare in quarantena ma non sebra seguirmi quando le faccio notare che se io spendo centomilalire per andare a Roma e si rompe il treno e due stronze si spiluccano i denti con le dita offrendomi formaggini già masticati mi pare di essere stato sufficientemente tollerante per tutto il futuro 2007 e parte del 2008, ma che –no porca puttana- uno che si porta gli insetti addosso non è qualificabile. Allora lascio perdere perché non ho parlato di superio, eppure il volto attonito della mia interlocutrice non lascia manovre di fraintendimento: non capisce un cazzo. “Signora, abbiamo passato Firenze: non salirà più nessuno sino a destinazione. Me ne frego del posto prenotato e del nome e cognome della carrozza e del dio malvagio che per me vuole tutto questo, io cambio posto. Le è chiaro?” Annuisce, lo prendo per un sì, torno al mio posto pronto ad abbandonarlo. C’è seduta la rossa moglie della cloaca. Io, non proferisco parola. La guardo. Lei non mi nota per i primi due minuti. Io sto fermo e non le parlo. Le sono di fronte. Alza lo sguardo mi dice: “te devi sede’?” Non le rispondo, mi sporgo e recupero i miei libri, il giornale. Metto le cose nella borsa. Infilo la giacca e vado via. Alle mie spalle mi urla che “Oh? Mica semo arrivati, ‘ndo cazzo vai?”. Belli i leoni, ma che stiano in gabbia. A me lo zoo dopo un po’ mi annoia.
Ho un po’ fame, sono le tre del pomeriggio. Non ne ho tanta, nauseato dall’odore dell’orco e dai formaggini della matrona. Ma lo stomaco gorgoglia e mi tocca ascoltarlo. Vado alla carrozza numero tre. Attendo il mio turno. Poi mi passano davanti in undici. Infine, la dodicesima signora si ferma e dice: “credo che prima ci fosse il signore”. Chiedo il mio caffé e una frolla. Mi arrivano con quattro minuti esatti di differenza. Al costo di tre euro e trenta centesimi. Settemilalire. Bevo e ringraziando la dodicesima signora mi allontano. Trovo un posto libero, chiedo se il posto è libero, in carroza cinque. Mi siedo e leggo. C’è Roma là fuori. Ho la tolleranza a manetta. E tre ore libere prima dello spettacolo. Domani tornerò a casa. Eppure sento che non sarà come dirlo.
to be continued...

