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Il coso

Per dire quando ci prende la crisi di Governo, torniamo un momento sulla questione del nuovo logo "it" del quale s'è parlato ieri. Lo chiameremo "il coso", giusto perché sono loro i primi ad avere i copyrighter fighi che fanno gli anglofoni e questo è il rovescio della medaglia. Beccati il coso. Viene fuori che ho un parente che collabora al progetto, quello di più ampio respiro, quello per il quale è stato emesso un bando per la produzione del coso. Mi scrive e del rapido scambio di email mi resta (parafrasando) che io-tu non sono-sei-siamo nessuno, Pininfarina sì. Quindi becchiamoci il coso.

Piccolo inciso, uno studio di designer all'interno del quale c'è il mio amico Libo riporta sul suo blog una teoria interessante, vi chiedo di andare a vederla perché vale la pena. Fine dell'inciso.

Adesso avrei voluto parlare del bando, ma siccome siamo in una meravigliosa nazione i cui siti istituzionali sono stati fatti da un impiegato in word e poi salvati in HTML, o poco ci manca, sul sito della Gazzetta Ufficiale la ricerca dei bandi di concorso è ovviamente limitata agli ultimi 60 giorni. Sa il cielo perché. Quindi, dicevo, devo andare a memoria. Quel bando fu limitato alle aziende che avessero un x di fatturato. Perché è ovvio che all'aumentare del fatturato aumenti la qualità. E' proprio sui libri di design. Senza contare che studi come quello qui sopra linkato, StudioLabo, non hanno potuto accedere al concorso: fino a prova contraria Fuorisalone, che fa molto figo (oh yeah), l'hanno inventato loro. L'evento proprio, no solo il sito, che comunque è una cosa come seicento anni avanti a quello della Gazzetta Ufficiale, by the way.

Ora, ho letto un po' dappertutto in giro della grande indignazione per i 100 mila euro spesi per il logo in questione. Non li vale, siamo tutti d'accordo. Ma nemmeno avessero creato il nuovo Swoosh della Nike varrebbe 100 mila euro, di per sé. E' il suo potenziale. E poi il mercato è fatto di questi numeri. Se volete vi dico che in Vodafone le campagne costano meno, però poi il mondo normale è fatto diversamente.

Per non farci proprio proprio mancare niente, infine, vi consiglio di guardare (e di farlo con attenzione) questo video Segnalato da un altro designer, Pietro, che lavora presso LeftLoft. Io credo che se sento ancora una volta Prodi parlarmi con quell'aria strafottente mi alzo e gli tiro una sberla: e mo' basta! Stava presentando un logo, capisco non ti emozioni, ma fammi un sorriso. La questione Rutelli la salto completamente perché lo so ché è colpa sua. Io lo so. Me lo sento che ha scelto lui, e con lui voglio dire il suo entourage. Poi arriviamo al managerino di Landor che presentava il tutto: "il font della i è un Bodoni che è un font inventato nel '700 richiama le radici del nostro paese, la cultura." E continua. "Il pallino rosso per porre l'accento... il nero per dare corpo e... Invece la T l'abbiamo disegnata ed è dinamica, mobile, e verde perché è dinamica", sembrava Crozza quando parlava di La7 in uno dei tanti spot del suo programma con il Padrino, "le altre lettere invece sono un Futura e si riallacciano al futuro". Vabbé, insomma guardatevi il video, ok? Poi vi fate voi un'idea.

Per dire che il mood che hanno creato in presentazione era quello (stranamente) delle radici classiche e il solito millantato futuro. Complimenti perché era un po' che non sentivo presentare un logo giustificandone le scelte con i nomi dei font utilizzati. A prescindere dal fatto che non credo ci si possa più molto attaccare a cose che hanno più o meno (almeno!) centocinquantanni. Siamo un altro, maledetto, popolo. Rispettivamente a 150 fa. Mi dispiace, della nostra eredità storica, i turisti, vengono a vedere l'Arena di Verona, e (per quanto noi italiani li si accolga con il solito sorrisino che prelude a pensieri tipo "mio dio quanto siete imbecilli") sanno perfettamente che si trova lì per sbaglio, che i veronesi non se la meritano, come i romani il Colosseo e i milanesi la Madonnina, ma noialtri tronfi di italianità siamo sempre pronti a rispondere a tono che, no!, quella è roba nostra. Salvo poi pisciare in un angolo appena la disquisizione è terminata. No, io non credo che sia più il caso di richiamare i grandi classici, la nostra storia eccetera. Durante la presentazione viene detto: "l'Italia è il paese del design e nessuno lo discute", palle. Che funzionano per Prodi e Rutelli che se lo vogliono sentir dire, e per quelli che si leggono la cartella stampa e hanno il pezzo pronto venti minuti dopo da mandare su Repubblica.it; e s'è vista la qualità delle notizie su Repubblica.it di recente (una per gli altri, ça va sans dire).

Nel nostro scambio di email, però, mi si attira in un tranello e lo sbrogliamo subito. "A me non piacciono i Pooh ma non so dire se non siano capaci a suonare. [...] Così come possono non piacere una poesia di Neruda o un quadro di Guttuso [...]"; bene, ne ho già scritto ieri, qui il gusto non c'entra niente. In quel logo ci sono degli errori e sono grossolani e a Rutelli vanno bene, e sia perdio, ma che ci sia un solo designer che ti dica che è tutto a posto, no: quello non lo trovi. Poi ti può piacere o meno, ma non importa. Resta da dire che è l'esatto atteggiamento che porta Bocelli a cantare al Metropolitan. Bocelli non fa schifo, ma ce ne sono mille. E Pavarotti era (è) antimusicale. Non c'è molto da stare a disquisire. E non si possono glorificare queste persone solo perché la vulgata popolore ha deciso che a suo gusto va bene.

Ce lo terremo quel logo, ma è un Errore, prima che un orrore e alla Landor, lo sanno ma intanto hanno intascato 100 sacchi, giocandola semplice sapendo di andare da un "cliente" primitivo. Dice "solo che - nonostante lavori nella comunicazione da venticinque anni - non ho una conoscenza della materia così alta da dare lezioni di grafica e design." Come ti ho spiegato, non importa, è solo l'ennesimo coso.

Giovedì, 22 Feb. 2007
tag: Design [9], Italia [129], Turismo [2]
11:46

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