Grigione [aka Bigrigio]*
Io non sono uno che gira chissà quanto su internet, uno che va matto per rintracciare sulla rete chissà quali notizie. La uso per quello che può dare, certe volte piacevoli sorprese perlopiù minchiate di proporzioni bibliche. Io non sono democratico: ho notato che la rete mi ha aiutato ad irrigidirmi. Diciamo che non condivido quel fare onnipotente che porta il “primo imbecille di turno” a sentirsi in dovere di mostrare tutto il proprio inutile livore nei tuoi confronti; tu – che sei uno che tutto sommato non gli frega poi niente di quello che pensa la gente. “La Gente” è già un concetto che fa un po’ schifo di per sé –no?, figurarsi doverla incontrare davvero in modo più o meno virtuale o reale che sia, diciamo in differita e la smettiamo qui. Perché il termine “virtuale”, invece, non vi fa venire la pellagra anche a voi? Io non riesco più a sentirlo. Come quelli che, cinquantenni, ti guardano da dietro la scrivania –tu gli hai appena detto una roba di lavoro importate e loro: ‘spetti che clicco sull’internet e controllo. Concetto che ho letto di recente da qualche parte quello del “clicco sull’internet”, lo faccio mio perché è proprio un po’ di tutti. E allora non ho capito se sono drammaticamente giovane o drammaticamente vecchio. La cosa non mi torna, non capisco, sono stanco, non mi è davvero chiara ho bisogno di una cartina di tornasole. C’è –c’è?- qualche cosa che mi dia metro del tempo che passa? Onestamente mi percepisco esattamente come quasi 15 anni fa. Lo so anche io che non sono la stessa persona ma la percezione è quella. Poi la legnata. E’ arriva precisa e senza troppo clamore proprio qui, tra gli incisivi e il premolare, menomale che non mi hanno ancora fatto la corona definitiva: è lavoro di gennaio quello.
Mi contatta, mi dice, hai già il pezzo per Sabatonotte? Dico: beh oddio, vedi, è una questione un po’ politica, il tato, i venticinquenni: balbetto come un cazzone. Lui mi sgama e mi dà un link. Vado a leggere e mi piace, cazzo se questa volta mi piace. Il blog si chiama Discanto; e il suo autore, Asended, ha scritto un pezzo che è la mia famosa cartina di torna sole. E adesso ve lo leggo perché è inutile buttarne giù uno nuovo. E’ il suo quello giusto. Bene, cominciamo.
C'e' tutta una serie di cose, per quelli nati come me, verso la fine degli anni 70, che da un giorno all'altro scomparirono, senza lasciare grosse tracce. E che probabilmente un giorno neanche ci ricorderemo piu'. Cose importanti, come la Germania dell'Est (e tutti piu' o meno ci chiedevano perche' una Germania fosse Federale e una Democratica, come se questi due concetti fossero in contrapposizione!), ma anche cose molto molto meno importanti, come il telefono a gettoni.Ecco si', ci pensavo l'altro giorno, incontrando una mia amica di un po' di anni fa. Una di cui non avevo il numero del cellulare semplicemente perche' quando ci conoscevamo il cellulare non esisteva. E allora mi sono chiesto: quando? Si'... quando e' che e' iniziato a esistere, anzi no, a irrompere in maniera per niente discreta il cellulare (odio chiamarlo telefonino) nelle nostre vite? Io se dovessi dire un giorno non ci riuscirei, ma neanche riuscirei a dire un anno...
Mi ricordo solo che non c'era il cellulare, e allora si usciva di casa cosi' come le caravelle di Colombo, all'avventura. Senza quel guinzaglio elettronico che ci rende tutti piu' raggiungibili, tutti meno soli, ma anche tutti meno liberi.
E poi c'erano i telefoni a gettoni. Quanto costava un gettone? Duecento lire? Si', alla fine costava duecento lire, ma una volta mi ricordo che aumentarono il prezzo... e allora c'era chi si vantava di essere diventato ricco perche' aveva una piccola scorta di gettoni telefonici (quelli con una riga da una parte e due dall'altra). Piccoli capitalisti gia' crescevano.
Mi ricordo che c'era mia nonna che, prima di ogni campo estivo, mi regalava due cartoccetti di gettoni per telefonare a casa. Ogni cartoccetto erano 50 gettoni... un bel po' di chiacchierate! Anche se quando si facevano le interurbane i gettoni cadevano giu' veloci. E ancora piu' veloci quando si parlava con qualcuno di caro. Voi ve lo ricordate?
E poi mi ricordo le prime scorribande da bambino. E quella sera quando in una cabina telefonica di via Gallia premendo per gioco il tastone giallo dei gettoni, ne uscirono una decina inutilizzati. Mi sembrava di aver vinto alla slot machine. E voi, il tastone giallo ve lo ricordate?
Quando il cellulare non esisteva, non esistevano neanche i messaggini. Non esisteva l'equazione perfetta un numero = una persona. C'era quella, molto meno perfetta, un numero = una casa. Il che significava almeno una cosa: le corse piene di speranza verso il telefono quando squillava per arrivare prima dei genitori. E, presa sotto un altro punto di vista, significava anche l'atroce muro del "padre di lei", del qualificarsi, di trovare un valico per arrivare a lei che, proprio quella volta, non era riuscita ad arrivare per prima al grigione, il telefono di casa, quello con la rotella per i numeri. Ve lo ricordate anche voi, vero?
Insomma, non ho ancora trent'anni, eppure io queste cose gia' ho paura di dimenticarmele. Ho piu' paura di dimenticarmi di quei giorni senza cellulare che dei giorni in cui crollava il muro di Berlino. Forse il mio muro di Berlino era proprio "il padre" che rispondeva al telefono. E per questo ho deciso di scrivermi qui un promemoria. Per ricordarmi di quei giorni, quando fra poco tempo forse in nessuna casa ci sara' piu' un telefono fisso, ma solo una connessione internet ultra veloce. Un giorno in cui non avra' senso andare a protestare dal vicino del duplex perche' tiene il telefono isolato. Un giorno in cui non sentiremo piu' quella voce "chiamata urbana urgente per il numero..." e allora, come adesso, dicevamo
"scusa, ma devo proprio chiudere, ciao".
* brano tratto da Sabatonotte - seconda puntata seconda stagione, 9 dicembre 2006

