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Ma non la fai più la torta al limone? (complete)

grazia_logo.jpgAllora vi dico questa cosa. Abitate in villa? Saltate pure. Se state in un condominio, ok, siete dei nostri. Dei miei. E’ un anno. Scendo e salgo le scale, perché vivo in una zona dove la vecchia casa di ringhiera è ancora un qualche cosa da preservare; no ascensori, noialtri, polpacci da centometrista e via andare. Salgo e scendo le scale. Abito al terzo piano. Ed è un anno che ogni qual volta io passi per il secondo (e dovrò bene, no?, altrimenti cosa faccio mi materializzo direttamente al portone?) sento un rumore di serrature, poi, voltando la schiena e procendendo nello scendere, quello della porta che si apre. Ma non che si apre e poi esce qualcuno, magari lo saluti, fine. No. La porta si apre e lo fa con quel rumorino da “spiraglio”, è quasi un profumo di spiraglio. Stamane, ero al terzo gradino. Mi pietrifico e dico: no, mo’ basta. Io, vi anticipo, in questi casi sono orrendo, algido e classista.

- Signora, cosa c’è. – senza punto di domanda. Nel tono, dico. - Eh, niente. E’ che guardavo.

- Cosa, signora, guardava. – idem come sopra.
- Chi era.

- Bene. Signora, è un anno che quando passo al suo pianerotolo lei apre la porta. Le sto comunicando che mi dà molto fastidio.
- E che male c’è?

- Alcuno, signora, ma le ribadisco che mi dà molto fastidio, se proprio deve, faccia in modo che non me ne accorga. Hanno inventanto lo spioncino, lo sente già che nome orrendo? Capisce quello che fa? Cosa mi provoca? Comunque sia, per risponderle, “chi era”: sono io.
- E questo già lo so.

- Dunque, può smettere?
- No. Ché ci sono i malintenzionati.


Ammetto il momento di deconcentrazione dovuto all’oggettiva concretezza della sua replica. Ma riprendo in un istante e mi accanisco.


- Sì, i malintenzionati. Sono d’accordo con lei. Ma è difficile che facciano orario d’ufficio, giusto? E poi, sentendo che è gente che passa e non si ferma al suo piano, le eventuali maleintenzioni avranno altro obbiettivo, le pare? Insomma, signora, benedetto il signore, non apra quella cazzo di porta quando le passo davanti, sono stato cristallino, o devo far sfoggio della mia laurea in “parlo forbito vivo come un dio” conseguita in anni d’affitto e convivenze coatte?
- Ma poi tu se uno bbuono. – “o” strettissima, che di norma l'adoro. Sia chiaro.

- Una bi sola, signora. E non sopporto che mi dia del “tu”.
- Ma che sei come mio figlio.

- Inni leviamo ad Iside, signora, lo faccio tutti i giorni, lo faccia insieme a me, poiché così non possa mai essere, già che non è, e giammai - giammai, le giuro, sarà. Siano chiare piccole, poche ma essenziali cose. Io sono l’inquilino del piano di sopra. Sono senza nome, solo l’inquilino del piano di sopra. Poi lei il mio nome lo sa perché sto parlando con la stessa persona che, nell’ordine, mi prende le mutande stese e poi mi ferma per chiedermi se sono mie: sono mie sì, erano stese un piano sopra al mio balcone (alla mia porzione di balcone). O quella che mi bussa alla porta e quando in tutto il cortile interno c'è un profumo di cioccolata che sembra di essere in gita allo stabilimento della Lindt mi chiede: "ma non la fai più la torta al limone?", che io giuro non so che risponderle, mi verrebbe da spaccarle un ginocchio ma così, per dar sfogo all'ira, mica per il fatto in sé. Lei è quella che ritira la mia posta, dalla mia cassetta delle lettere, la apre (ed è reato, signora) e mi chiede se fosse stata indirizzata a me: “no, ho chiesto alla banca di mandare a lei il mio estratto conto, dovesse servirle, si sa mai”, ma che domande fa? C'è il mio nome sopra? Sono mie, uguale uguale alle mutande, riusciamo in questa piccola allegoria della vita? Crede di potersi spingere sin qui? Nome non suo uguale roba non sua, in determinati casi, spesso, mia. Infine, e questo è il top della gamma, lei, signora, è colei che mi ha, diciamo, anticipato nel ritirare non una, non due, ma dico ben tre copie – febbraio, marzo e aprile – della Cucina Italiana, rivista alla quale non solo sono abbonato ma pure trattasi di un bellissimo regalo di Natale ricevuto dalla mia mamma. Quindi: lei non apre più la porta quando io scendo o salgo le scale. E non è un’opinione. Bene così? Non annuisca, mi risponda: “bene così”. Ah, signora, un esse sola in “così”.
- Bene così, ma a Foggia siamo tutti amici nei palazzi.

- Mi deve far dire per forza "a Milano no"? E sia, a Milano no, siamo antipatici e nemici. Che per le mutande e la posta me ne frego (o più o meno), ma La Cucina Italiana non gliela passo. Quindi se ne faccia una ragione. Noi due ci odiamo. E’ lo scotto della Milano da bere. Buona mattinana.

Perché poi, alla fine, io sorrido sempre. Sarà l’Actimel. Sa dio.

Sabato, 3 Giu. 2006
tag: Grazia [14], Torta al limone [2]
10:00

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