Why did it die?¹*
E' triste doverla mettere giù per quella che è. Ma poi migliora, giuro. Quella che è, dunque; c'è chi l'ha saputo dire in una metrica migliore della mia, e siccome lo stimo ve lo faccio raccontare da lui: in ogni caso è il posto in cui sei solo con te stesso, ed è per questo che le mie canzoni nascono sul cesso.**
Processo che coinvolge un po' tutti quanti, va detto. Quel giorno, pure Paul McCartney. Lo dicevo che era brutto metterla giù così, ma così è, o così vuole la leggenda. Quel giorno Paul sciava, in Svizzera. Poi, càpita, si infila in bagno. E lì resta. Per molto più del tempo necessario. Perché? Perché compone. Cosa? For No One. Accendere lucina "capolavoro", please. E' che Paul era da un po' che si arrovellava su come e quando, e magari anche perché, la sua storia con Jane Asher stesse finendo. Ora, la signorina Asher, nata il 5 aprile del '45 nel Marylebone, Londra, UK, è – tutt'ora – un'attrice; e non un'attricetta, una che ha fatto una valangata di film, ad oggi. Ma nel 1966, stava beata, sposata a Paul McCartney, d'una bellezza da vergognarsene e compagna di uno che proprio non se lo filava nessuno. C'è che anche i ricchi, ma quelli tanto ricchi, tantissimo e magari bellissimi, piangono. E Paul cominciava a rendersene conto. Perché da quel che desumiamo dal testo, sembra lei, la stronza, ma si sa: i testi di Paul sono sempre stati molto gigioni, e lui ne deve sempre uscire piuttosto bene (era John quello che ci andava giù di pancia, pesantemente). Quindi diamo spazio alla letteratura e ci può anche stare che lo “stronzo” sia stato lui e non fosse poi vero che: she wakes up, she makes up, she takes her time and doesn't feel she has to hurry, she no longer need you. Magari era lui, che non se la filava più. Perché Jane, ribadisco, era di una bellezza strepitosa, ma Paul, poteva pescare con le bombe e qualcosa arrivava. Lui è quello di Yesterday, ed il qualche cosa di un Paul McCartney in pieno '66, è diverso dal nostro qualche cosa quarant'anni dopo, facciamocene una ragione.
Occhio che qui è difficile, per chi sa cosa dico, bene, per chi non sa cosa dico, ascolti lo stesso che è affascinante, garantisco. La canzone, armonicamente, è semplice e sublime. Si tratta di una scala discendente: dalla nota fondamentale alla quinta sotto. Poi modula. Cioè, cambia tonalità. C’è un forte legame, infatti, fra l’accordo costruito su quel quarto grado della scala dove ci troviamo scendendo di una quinta (un accordo di sottodominante) e la triade maggiore che segue. Sta tutta lì la modulazione; fossimo, ad esempio, in tonalità di Do maggiore quell’accordo sarebbe il Fa, maggiore. Ecco questo Fa è allo stesso momento la sottodominante di Do, ma pure la dominante della tonalità di Si bemolle, cioè l’accordo costruito sul quinto grado della scala di Si bemolle. E la cadenza quinta prima si dice perfetta. Ora saremmo in tonalità di Si bemolle maggiore, dunque, con un passaggio canonico prima-quarta/quinta-prima. Come ci torniamo a quella di Do maggiore? Perché la nota, Si bemolle, non è in scala. Fosse un Si naturale, allora avremmo un accordo di settima diminuita, ma quello non risolve affatto sulla tonica, cioè il nostro buon vecchio Do. Paul McCartney, nemmeno a dirlo ad alta voce, se ne frega e fa un salto, di un tono, intero: Si bemolle, Do. Ecco come si fa a tornare da dove si era partiti. Magari, lui, non lo sapeva, ma si chiama cadenza tonale. Ed è grandiosa.
L’avevo detto che era difficile. Però anche affascinante. È un girotondo, quella strofa lì. E lo so, lo immagino che sin qui mi abbiano seguito solo i musicisti o i musicofili, o magari nemmeno loro, e me ne scuserei ma è un peccato veniale che mi assolvo, da solo, seduta stante. Andava detto. Preludio al fatto che potessi adesso ribilanciare il tutto facendo sunto e rivelandovi che i capolavori spesso, son fatti di poco. Lo spiegava anche Arnold Shoenberg nel suo Manuale di armonia: muovi poche note e avrai già fatto un bel casino. Parafrasando. Altra cosa da dire: Paul e soci erano quattro ragazzotti un po' burini del nord. Sì va bene MBE, sì d'accordo le incredibili sinergie, ma di "sottodominanti e glissandi ne sapevano meno di niente", come scrisse lo stesso Sir George Martin nel suo libro di memorie All you need is Ears. Adesso Sir Paul fa come Sting, o viceversa, e sillaba con accento molto posh che nemmeno Sua Maestà la Regina Elisabetta – dio la salvi - (per quanto, in un articolo dell'Independent del 21 marzo 1999, lo si desse – il posh – un poco passé, ironizzando sul fatto che probabilmente the "best" English is sometimes said to be spoken in Calcutta), ma all'epoca, dicevamo, Paul e compagnia danzante, anzi suonante, parlavano con tutte le "u" strette tipo: "thank you very much", così come è scritto, e che provenissero dunque dalle classi medio basse di Liverpool non era chissacome un segreto. Quindi, dovessimo confermare, di glissandi e armonia, nemmeno l'ombra. Non culo, però, talento. Che è diverso. A questo punto il ruolo di George Martin diviene fondamentale. E non solo in qualità di quinto Beatle, quale a tutti gli effetti viene giustamente considerato, ma soprattutto per il ruolo di mentore e precettore che esplicitava lesinando non pochi, e sonori, paterni calcioni, spendendoli all'ascolto dei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach, per esempio. E da lì ne unscì poi Penny Lane. Qualche grazie a Sir George Martin, date retta, va reso.
Ma quel giorno, fu un giorno diverso. La partitura era pronta, Paul al pianoforte in splendida forma, Ringo era il solito Richard Starkey, non ci fosse stato lui, non sarebbero stati i Beatles, nessuno me lo leva dalla testa. Quel giorno, quei giorni, ché furono tre (il 9, il 16 e il 19 maggio del '66) furono speciali. Sia chiaro, i quattro Baronetti erano qualche anno prima entrati negli stessi studios restando di sale considerando che pure su ogni foglietto di carta igienica vi fosse apposto il logo della EMI, ma da quei giorni un po' di cose erano cambiate. Potrei dirvi che si facevano gli affari loro in modo imbarazzante ma non sarebbe completamente esplicativo. E' che se a qualunque ora del giorno o della notte avessero avuto bisogno di qualsivoglia cosa, l'avrebbero ottenuta. Il qualsivoglia cosa, di volta in volta, poteva essere un aspirapolvere, marijuana al chilo, un sitar glassato per George Harrison, o la Royal Symphony Orchestra. Tutta. E lei arrivava. Giorni speciali, s'è detto. Quello, invece, fu il giorno di un signore, un signore fantastico. Uno che aveva 37 anni, allora. Nato a Northampton il 13 giugno del '29, cominciò a suonare il corno a nove anni. E lo stesso fece quando ne compì 15, nella banda dell'esercito, nonostante non avesse neppure l'età per appartenervi. Il suo nome è Alan Civil. E non è un pirla. Tanto per cominciare era il primo corno della Royal Symphony Orchestra e lo era dal 1955: cioè dall'età di 26 anni. Secondo di poi, negli anni sessanta era stato il primo non-tedesco ad essere ammesso ai Berliner, Berliner Philarmonic Orchestra per gli amici. Infine lavora con la BCC e poi ancora da solo, incidendo – fra le altre cose – i concerti per Corno e Orchestra di Mozart. Ecco, non un viandante. Voi immaginatevi quest'uomo qui. Lui arriva agli studios della Apple Corps, nello studio 3 degli studios della Apple Corps, in Saville Row, e mica gli hanno detto che deve fare. Alan Civil è uno che ha passato la vita a prendere partiture e suonare. Il corno francese. Vede un leggio e sopra c'è un assolo obbligato scritto da un penna nervosa. Il titolo, in alto, al centro è For No One. Lui guarda il numero di battute, otto, e resta un filo perplesso. Ché l'inghippo stava nel fatto che aveva scambiato il tutto per una Sinfonia, la No. 1, ecco il gioco di parole. Che sinfonia era una roba che chiudeva la questione in otto battute? Niente, è che era un nuovo piccolo capolavoro di Paul McCartney, ed il signor Civil, quel giorno lì, vestiva i panni del pupazzo preferito dal baronetto, quello bello ma con il cuore spezzato. L'assolo, poi, ve lo faccio sentire ma non lo spiego, non è più questione. E' solo bello. Bello da svenire. E suonato da dio. Ché non è semplice, come disse lo stesso Civil: il problema fu che non capivo bene cosa volessero da me, e che poi, l'incisione era stata fatta in un modo tale per il quale la tonalità risulta incastrarsi maliziosamente fra un Si naturale ed un Si un po' crescente..
Detto questo, il signor Alan Civil collaborò ancora una volta con i quattro ragazzetti che fecero dondolare più di una testolina negli anni della Swinging London, in occasione dell'incisione di A day in a Life, dall'album Stg. Pepper's Lonley Hearts Club Band, in quello che dai critici musicali seri e anche da quelli un po' meno seri, venne definito l'orgasmo musicale per antonomasia. Cioè quello in cui ogni strumento di un'intera orchestra di una novantina di elementi parte dalla nota più bassa che ha a registro e piano piano, cromaticamente, sale sino alla più alta in assoluto. Nel contempo, il tutto, procede dinamicamente da un pianissimo – tripla p (ppp) ad un fortissimo – tripla f (fff). La partitura anche quella volta la scrisse George Martin, l'idea era di John Lennon, ma John era anche fatto come un toro, va detto. Eppure il risultato è straordinario.
Alan Civil, si ricordò di For No One, quanto noi. Più o meno da quel momento venne citato e ricordato quasi solo per quella sua collaborazione; non se ne ebbe mai a male, o così dicevano, nonostante le sue infinite incisioni più serie e l'onorificenza OBE (Officer of Brithish Empire - che ricevette nel 1985, qualche anno prima di morire, 1989). Ma una sua frase resta, assieme a quell'assolo stellare che solo lui avrebbe saputo eseguire, e che solo un Paul McCarntey in piena crisi da giovane Werther avrebbe potuto imporre, e che, ancora, solo un George Martin dalla pazienza di Giobbe avrebbe potuto capire e trascrivere su pentagramma. Traduco, ma sono quasi letterale: ci devi passare una vita intera con mezzo culo in bilico sul seggiolino, altrimenti col cazzo, che lo suoni. Il corno.
¹"Why did it die" è stato il titolo originale (draft) di quella che oggi è conosciuta come "For No One", The Beatles - Revolver, 1966
* brano tratto da Sabatonotte - quarta puntata, 6 maggio 2006
** tratto da "Sogno - B", Daniele Silvestri - il Dado, 1994

