I don't care, if you don't know me at all
[Buio. The wrong Goodbye – Chiara Civello. Trilla la suoneria di un telefono, è una sveglia. Fade in da nero sulle imposte chiuse dalle quali entra uno spiraglio di luce che batte sul letto e sul suo viso. Bianco e nero.]
S: Cazzo ho detto, cazzo e lo ridico cazzo!
[La camera si muove attorno al letto mantenendo il fuoco sul suo viso. Ora è seduto sul letto, che strilla. Si gira e guarda l’orologio appeso alla parete. Stacco, la camera punta l’orologio 8.35 – controcampo: la camera inquadra la nuca, seduto sul letto. Continua Chiara Civello.]
S: Merda di sveglie e di iTunes Alarm e lo stracazzo di sonnifero programmato a termine atomico, puttana la svastica. Sono due giorni su due.
[Scende le scale dal letto. La camera lo inquadra da terra. Squilla un altro telefono cellulare. S. lo prende e si schiarisce la voce]
S: Eccolo, stramerda. [con voce naturale] “Pronto, ciao Andrea, uhm.. sì, no. Nessun problema. [silenzio] guarda, sto uscendo adesso. Un secondo e arrivo.
[Ripone il cellulare sul tavolo. Prende i pantaloni dalla sedia li infila, saltellando cade. Mette la camicia, il maglione, le calze e le scarpe. La camera gli gira attorno]
S: un secondo e arrivo le palle, cazzo cazzo cazzo cazzissimissimo.
[controcampo: la camera inquadra il tavolo di cucina. È pieno di giornali vecchi, riviste incellophanate, lettere e medicinali aperti. Prende un blister, toglie una capsula, la infila in bocca, mettendosi la giacca, la camera lo segue al lavandino di cucina. Apre il rubinetto beve dal filo d’acqua che scende. La camera da dietro la nuca mette a fuoco il cellulare di fronte ai suoi occhi. Ancora bevendo allunga il braccio destro, lo prende. C’è un nuovo messaggio, lo apre. La camera inquadra il suo viso. Si asciuga con la manica della giacca. Il computer annuncia: “Hai un nuovo messaggio” lui si gira a guardarlo.]
S: Sì, [al cellulare] “scopo raggiunto”. No caro, [al computer] , mi basta questo, adesso.
[Esce dalla casa tirandosi dietro la porta, la camera da dentro scurisce, al rumore della serratura, inquadra la parete con l’orologio appeso: 8.39. Sfuma la Civello. Fade out a nero. Titoli.]
[Esterno giorno. Colore. Sale in macchina, chiude la portiera. Accende il motore. Funny little frog – Belle&Sebastian. La camera inquadra la macchina che percorre le vie a senso unico del quartiere, poi al semaforo. Da dentro la vettura un uomo si fa in contro al finestrino.]
S: Guardami! Guarda il dito, no. No. No. Ma stracazzo no! E allora fai quello che minchia ti pare. Lava il vetro e vai in culo. Se c’è verde io parto, ok? Ecco borbottati tua sorella, ti avevo detto di no. Ora se c’è verde ti asfalto, e me ne fotto.
[La camera inquadra il semaforo che diviene verde, la macchina riparte. Si attivano i tergi cristalli. Fade in sul volume della musica sul secondo ritornello: “I am jester in the ancient court, you’re the funny little frog in my throat”. La macchina parcheggia. Esce dalla vettura. Alza le mani al cielo. Urlando.]
S: Compagni! Odio gli zingari. Guerra agli zingari. Chiaro, compagni?
[Entra in ufficio, sulle scale incrocia un collega la camera alle spalle. Li segue]
M: Ciao ciccio, caffé?
S: Anche sei o sette. Mollo ‘sta roba e ci sono, arrivo.
M: Hai la faccia da “amo Milano”.
S: Io amo Milano, tutti i giorni. E’ la gente che fa schifo. Lei da sola sa di cemento, che è meglio della merda di vacca. [con la voce isterica e in falsetto] “Oh, senti che profumo di campagna”, No è merda di vacca. Minchioni.
M: ok, amomilano.

