Yo soy un hombre humilde
« Allora siamo qui. Tutti e due. In questo posto di merda dimenticato da dio. Io ti guardo, tu fai lo stesso. Ma io sono armato e ti punto la faccia, cane rabbioso e bastardo. Stai in ginocchio, prega il tuo dio e sta’ girato dalla parte che ti dico io, quella giusta non m’importa. Non importa più a nessuno. Tu non sei nessuno. Hai perso ogni diritto, hai perso il tuo cuore, hai perso la vita, il tuo nome, le tue stesse membra stanche e marce. Tu hai perso, ecco la parola d’ordine. Tu hai dannatamente perso. Questo, se te ne sei accorto, è l’inferno dei vivi. O di quelli cui batte ancora il cuore.
Siamo a novembre e c’è un caldo atroce, e tu non lo sai cos’è stare qui in piedi a guardarti marcire per tutto il giorno. Tu non lo immagini chi sono io. I miei sogni e il mio futuro, tu futuro non ne hai più, tu e tutti quei cani bastardi come te. La guerra ti ha tradito, la tua Santa Guerra non ti protegge più adesso.
Ti osservo, cane rognoso e sporco, in fila per bene con gli altri tuoi compari, in questa cella di un metro per niente, alta per sbaglio e recinta da una rete. Siete dei polli, in trappola, osservati a vista. Da quelli come me. Ti osservo e ti deploro, ti sputo addosso la mia vita inutile di soldato che non dice mai di no. Ti spio mentre caghi in un vaso, all’aria aperta e ringrazia il tuo dio, che non è il mio, che ancora quell’aria puoi respirare se qui fossimo tutti d’accordo la tua testa puzzolente, sporca e rasata sarebbe appesa al palo più lontano di questo inferno di cemento armato.
Non è neanche casa mia questa. Mi hai obbligato tu a venire qui, bastardo. I miei genitori mi vorrebbero a casa; ero un dottore, sai? Ma te che cazzo ne vuoi sapere, arabo di merda. Che neanche lo sai cosa sono i dottori. Te che cazzo ne sai di cos’è la civiltà, arabo di merda. Tu adesso crepi qui, e spero di spararti addosso io perché uno scatto troppo “sveglio” ti faccia correre a pisciare in fretta come se ancora fossi un uomo. Ma tu, qui, uomo, non lo sei più. Muori sotto l’afa di una lamina ondulata che ti ripara solo un poco dal sole di questo paese di fottuti comunisti. Io ti avrei tolto anche quella, io che sono un medico, ti avrei osservato morire arso dal sole e dal sale. Io che sono un medico ti avrei infettato le piaghe per farti crepare con dolore. Il tuo dio, che non è il mio, non ti perdonerà per quello che hai fatto. Non ne avrà mai il coraggio. »
Magari, nemmeno il mio. Magari nemmeno mia madre, che non saprà mai quello che sto facendo, e perché. Non lo so neppure io. Il mio paese mi ha cercato perché lo stupro maledetto ed orrendo andava riparato. Ma quale stupro si guarisce con il sangue? Quale morte, quale strillo schifoso e straziante si zittisce con la morte? Dentro, io, ascolto quel che vedo perso per sempre, e vedo persa l’umanità, la misericordia che il mio dio, che non è il vostro, voleva insegnarci.
Tu non lo sai che sei lì con la notte che viene in divisa per sempre ed il fucile pesante armato e senza sicura l’indice che trema e il ricordo sbiadito di tua moglie che ti bacia davanti a questo maiale che biascica parole fatte di acca e fastidio. Dio. Io voglio andare via da questo orrore irrimediabile. Che mi fa schifo farne parte. O forse no, forse la morte di questi infedeli è giusta, e meglio che la morte, la flagellazione quotidiana, l’umiliazione del non esistere. Fantasmi! Ecco cosa sono, senza nome né un volto, magari senza colpa. Ma sono porci arabi bastardi ecco cosa. In un niente cadrebbero ai miei piedi stanchi di stare in piedi, cotti negli anfibi, incastrati in una tuta che qui non serve a un cazzo!
La vedo casa mia sapete? Con la notte che si avvicina, io la vedo. Con il buio che copre ogni cosa, io la sogno e la vedo, con le stelle che mi guidano come chissà quanti anni fa io la sogno la vedo e la respiro. Che mi caschi il fucile fra le braccia, sono solo. Che la riva, allora, di questo paese di fottuti comunisti che non ci hanno mai sfiorato e niente avrebbero da dirci da più di cinquant’anni, mi bagni o solo un poco mi sfiori o mi prenda. Che il mare mi liberi quindi, spogliandomi per come il mio dio mi ha fatto, di tutto quello che l’uomo ed il mio paese mi ha dato, inutilmente. Lo sento il caldo di un mare che non conosco, dimentico di quel porco cui non so che dire, ma so che è un porco. Sento le onde bagnarmi il gambe e il membro, mi affondo.
E seguendo le tracce della luna, un braccio dopo l’altro, respirando la vita di una nazione maledetta che si allontana ed il suo carico di fantasmi che vi abbiamo riversato, scovo fra le schiume che mi si appropinquano il dolce ricordo di un paese che è il mio e che mi ha tradito e che tradito ha tutti quanti. Io che sono un medico. Nel mare buio e freddo, scappo come loro, verso le labbra di mia moglie a curar piaghe e dolore e non provocarne, mai più. Sulla traccia della luna riflessa e densa, mi perdo al grido di un sogno di disperazione, esule in patrio suolo, clandestino e disertore; arriverò, o ne morirò, nuotando senza sosta e poca guida, già pregustando il sapore salmastro della Florida.
Guantanamera guajira Guantanamera guajira...

