Anna
Anna stava male.
Ed è normale che così sia - pensava. Poiché per chi vive una vita di palindromie, la felicità non esiste. Nascere è una circostanza coatta. Qualcuno crede sia un gesto d’amore, altri d’egoismo: nessuno si sofferma sul fatto che l’unico vero protagonista non ne sa nulla, né se lo ricorderà in alcun modo, né ne trarrà alcun conforto qualora, nel tempo, la vita gli riservasse un poco tutto fuorché piacevolezze. Che la felicità può essere uno specchio al rovescio di un dolore profondo che buca lo stomaco e le viscere; spurgando, infine, lasciandoti rantolare, rotto, sul pavimento della stanza. Un urlo spietato si leverebbe allora e tutto oscurerebbe in cristalli infinitesimali. Da perderli, guardandoli disperdersi. Un suono sordo ruppe il silenzio quella mattina. Il rumore di una portiera che si chiude. In quel grosso fuoristrada c’era tutta una famiglia. La sua. Anna li guardò perdersi lungo la via, nel freddo di una Milano novembrina che tutto avrebbe portato ma non la vita. Quella è dimenticata da anni. Anna è piccola, è una bambina. Di 15 anni, oggi che è il suo compleanno.
Il bagliore lontano della città che si sveglia. Lo guardava da sempre. Poco prima di andare a scuola. E poi una vita di piccoli silenzi. Di sguardi incrociati e deviati. Ogni tanto, ma solo ogni tanto, qualche fotografia. Fatta al volo, che faccia meno male e il farla ed il subirla, tutta quanta e subito. I suoi soggetti sono scarpe. Le scarpe di chi le sta attorno. Guarda quelle, lei, che sono lo specchio di ogni uomo ed ogni donna. In quelle microscopiche pose da nulla gravita un universo fatto di sentimenti. Non si ammaestrano mondi così: sono solo tuoi. Le scarpe di tutti. Per poi cancellare il superfluo, sorrisi, grida e le buone parole. Al vento! Al vento, le buone parole. Che sei uno stronzo te lo legge dalle scarpe, Anna. Quelli come lei li riconosce, dall’odore. Non servono immagini.
Nel suo diario di bambina c’è tutto quel che dev’esserci. Le trascrizioni dei testi delle canzoni a lei care, i propri pensieri, il suo odio adolescenziale per il mondo. E per sé. Il suo diario riporta, come fosse un bravo e pio scriba, quel pensiero fatto di nulla e silenzio e scarpe. Sta lì. Posato sul comodino a fianco al letto. Sta lì da mesi. Nessuno lo apre, nessuno lo legge. È Anna che lo scrive. E lo scrive al contrario, dall’ultima pagina alla prima, dal basso verso l’alto. È solo un modo strano, non vi sono patologie. È Anna che è così. È Anna che è palindroma. E così il suo diario. Posato, lui sta lì, con una verità dentro che fa male e paura a me che scrivo.
Quel rumore di portiera, e la macchina che si avvia. Lei li spiava dalla finestra aperta di camera sua. Andarsene. L’aria fredda di Milano sulla pelle e tra le pieghe del pigiama. I vestiti pronti sul letto, altre poche indicazioni sparse, anche quali orecchini indossarle. Dentro il silenzio. Covato in chissà quali mesi e per quali ragioni. Maturato nel suo sapersi porre di profilo ad un mondo che non poteva ancora conoscere e che, lo giuro su dio, l’avrebbe voluta conoscere.
Quel mattino, persa la macchina ed i suoi occupanti, prese il telefono cellulare ed inviò un breve messaggio a qualche amica e alla sorella. Poi chiuse gli occhi, e lo credo io che l’abbia fatto, perché non si può farlo ad occhi aperti. A nessuna età, non lo immagino a quattordici… quindici anni, il giorno del proprio compleanno. Chiuse gli occhi, e si lasciò cadere dall’ottavo piano. Da sola. Ci ha anche detto quali orecchini indossarle.
Mi dispiace, Anna. Ti sia davvero lieve la terra.
ps. Questo brano, per quel che può valere ed oramai nulla più vale e nulla più serve, è dedicato ad una ragazzina della quale non conosco il nome e che purtroppo viene tristemente riportata stamane dalle principali testate giornalistiche. Il nome l’ho inventato, la storia pure, drammaticamente non l’epilogo né la questione del diario (il fatto che ne avesse uno), né - mi perdoni - quella degli orecchini. Massacrante. È che trovo straziante che il mondo perda i suoi figli. Non do colpe a nessuno, ma non si può morire lasciandosi alle spalle un sms. A me fa male. Mi uccide due volte, la prima per l’umano senso di disagio e disperazione che provo leggendo queste cose. E un po’ perché è un mondo che conosco, quello del silenzio. E bisogna essere forti. A quindici anni se ti mancano le forze, muori. Io faccio parte di una generazione orrenda, il rischio è che non ve ne sia una successiva.

