Il sogno di Medea
Mi sono svegliato nel cuore della notte, capita spesso, non è mica una novità. Il peso sullo stomaco era opprimente, quasi soffocante, a fasi alterne piacevole. Ed era quello di un gatto, nero, poggiato in bilico sul mio corpo, seduto e che mi guardava: Medea.
- Svegliati.
- Lo sono.
- Non andrà tutto bene, quindi fatti forza.
- Lo so Mede, ma adesso non ci riesco. Probabilmente neanche poi. Ma tu come lo sai?
- Non far domande sciocche. Non andrà niente bene, e lo sappiamo in due.
- E cosa dovrei fare?
- Respirare, scivolare. Su tutto.
- Io non ho più niente dentro su cui possa scivolare, Mede. Proprio niente. E poi a che servirebbe? Non risulterebbe, infine, tutto uguale ad ora?
- Si, ma la consapevolezza, quella è di pochi.
- Io non la volevo, non l'ho mai chiesta. Non fa viver bene, anzi non fa vivere affatto.
- E' solo un altro modo, un po' differente da quel che conoscevi, ci puoi convivere.
- Io non voglio convivere con il dolore, Mede. Vorrei solo essere un po' più lieve alla vita.
- Non si può. Mi dispiace, la vita è solo così.
- Bene. Allora non mi interessa.
- E che pensi di fare?
- Chiudere.
- Gli altri ne soffriranno.
- Non più di quanto gli altri abbiano fatto soffrire me.
- Poi si supera.
- Esatto, Medea, poi si supera. Perché di me lascerò un bellissimo sorriso, ed il ricordo di una persona che non mi han dato la possibilità di essere.
- Ma perché non ti lasci avvicinare almeno un po'?
- E tu?
- Perché io sono un gatto.
- Ed io un uomo, o quel che ne resta.

