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Aggressione

Chissà cosa gli è preso a quel bastardo. Chissà perché non mi abbia ucciso. È notte fonda ora che ci penso e che non chiudo occhio perché è stato troppo vero e non so neanche come raccontarlo, né se debba. Milano. Io la adoro. Voi non capite. Ma questa notte mi ha spaventato come mai mi era capitato.

Lui non mi guardava neanche. Era matto, completamente. Per quello che ero impietrito e adesso che ci penso dicevo frasi senza senso. Non mi guardava e mi giurava che mi avrebbe ammazzato se non me ne fossi andato. E io non capivo mica, stavo lì. A trenta metri dalla macchina. A duecento dal portone. In mezzo, il nulla. Ma voi non ve lo immaginate il nulla, perché ci pensate dentro le macchine e i tram e sa dio cos’altro. No. Proprio niente. Una strada a sei corsie vuota. Che senti uno tossire due chilometri più avanti. Io e lui.

Ho spedito il passo che mi sembrava di essere in un film. Poi lo vedevo che veniva verso di me. Ma era al telefono, io sono cieco come una talpa porca puttana non le vedo bene le cose. E le persone, non capisco da lontano cosa facciano. Taglia la strada, mi viene di fianco. Mi supera, io non guardo. Poi cammina un po’ all’indietro rivolto verso di me. In mezzo alla strada. Non mi guardava neanche e stava zitto.

Mi si è fermato davanti, mi bloccava il passo. Ho provato a scansarlo, mi ha strattonato. E stava zitto. Io, se mi credete, non riuscivo a pensare a niente. Poi si è messo a parlare, ma poco; credo d’aver cominciato io. Non mi ricordo cosa gli ho detto. Poi ha voluto una sigaretta, io gliel’ho data. O almeno mi indicava le tasche e allora ho messo dentro la mano e ho trovato il pacchetto, ad ever trovato un bracciale di diamanti gli davo quello, ma c’avevo solo il pacchetto di sigarette, e gliene ho data una. Ha accesso lo zippo, e me lo metteva davanti alla faccia e mi diceva che mi ammazzava, di andarmene che mi avrebbe bruciato. Ma mi stava davanti. E poi mi urlava che ero un coglione e di andare via. Aveva il coltello. Me lo ha fatto vedere e con l’altra mano il telefonino appoggiato al viso ed il pollice a far suonare tutti i tasti come a voler sentire il suono dei pulsanti nelle orecchie. Non mi guardava, diceva pochissimo. Nel silenzio ho avuto paura. E me la sono cavata con una sigaretta, che il computer sul quale sto scrivendo adesso era nella borsa alla mia spalla e non ho neanche finito di pagarlo. Il prossimo che mi dice che fumare fa male me lo inculo. Mi ha detto che dovevo dargli tutto ed io gli ho detto che avevo solo dieci euro. E non andavano bene. La verità è che non c’era un cazzo che andasse bene. Ogni tanto parlava e se lo faceva era per dirmi che mi avrebbe ammazzatto, lo faceva con il coltello. Oppure con l’accendino, sentivo l’odore della benzina ancora poco fa, nel mio letto.

Poi ancora mi diceva vai via. E finalmente ho capito. E sono andato via, gli ho girato le spalle e dicevo per favore fammi arrivare alla macchina, ti prego. Me lo dicevo dentro e non mi sono girato un istante. Non volevo sapere se sarebbe finito tutto lì. Magari si era solo confuso. Magari ci teneva ad ammazzarmi che era una scommessa. Chissà che cazzo gli è preso. E chissà cos’è preso a me che non riuscivo a fare e dire niente.

È che la vita te la regalano gli errori, le distrazioni, degli altri. Fosse per noi moriremmo da coglioni.

Martedì, 16 Mar. 2004
10:36

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