Abbey Road
Poiché il mondo è rotondo, mi gira attorno. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici - più veloce - dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette - forza di più - diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitre, ventiquattro, venticinque… Bravi, sapete contare. Come una frenata brusca, eh? E ora dove siamo? Dove si va? Ora siamo a casa mia. Ora siete al venticinquesimo piano di questo palazzo disperso nella città, ora ci siete. Partiti a fatica dal marciapiede a scalare balconi e finestre, ballatoi e piccoli cornicioni. Che se ne non ti aggrappi alla grondaia voli giù e più sali più non torni, più sali e più fa male, più sali e più siamo vicini, più vivo io, mentre mi specchio nel tuo viso, e ti dico forza perdìo, la mano che. Ancora un poco. Di riposo e un bicchiere d’acqua. Ora alziamoci, insieme, su venite. Alla finestra.
Li vedete? Laggiù. Sono lampioni e sono una marea. Fanno tutta una via da seguire con lo sguardo e ti portano sin là, dall’altra parte. Noi restiamo qui, per ora. Poiché il vento è così forte che mi fa impazzire, mi gonfia la mente. Mi contorce, mi esplode. Un vento che non lo senti da anni e quando lo senti, beh quando lo senti allora succede qualche cosa. Ti arriva addosso che non lo aspetti, ti rigira attorno e dentro, fischia fra i capelli e li lascia a morire di rimbalzo. E ancora via da noi per tornare più giù, veloce e senza fiato, ridendo, e frenare d’improvviso, e sotto la macchina, ondulando tra una vetrina e i cartelloni pubblicitari. Schivo fra le persiane dei palazzi più vecchi a gracchaire quanto contengono, disperso nelle fessure ad inorridire le ossa di chi riposa per poi ritrovarsi un poco più in là, uscendo, puntuale all’appuntamento e rientrare in scia con quanto di sé perso o solo lasciato andare oltre, di nuovo tutti insieme: un’autostrada di vento discende le finte colline di cemento e aggira gli ostacoli, irridendo semafori e cappelli e cappotti e sciarpe e scarpe ed i teli che suonano nell’andirivieni, veloce. Verso il mare. Che lo accoglie buio, blu e bianco. Come il cielo, che sopra vi s’appoggia.
E poiché anch’esso è così blu, mi fa piangere. Lacrimoni enormi che si confondono in questa pioggia che batte sulla finestra. Si piange in due questa sera, magari in tre, ma di certo in due: il cielo ed io. Si forma e si sforma, una geometria di silenziose tensioni che avvolgono una massa unica ed irripetibile, pensata sin da sempre, e per sempre stampata nel destino di un incontro, in quell’istante proprio lì. A formare acqua. Questa forza che trasforma, che impone il delirio del cambiamento, repentino e smisurato che non fa più volare ma solo cadere, fragorosa, perpendicolare ed unica, perfetta e scellerata. Non più vapore. Precisa, con la metodica perfezione balistica che ha una goccia d’acqua nel voler, sin da quando stacca l’ombra dalla propria nuvola, giungere proprio in quel punto della pozza che forma. Ed io in attesa timorosa e dolorosa, pronto a esprimere tutto il mio distruttivo essere nei cerchi concentrici che, matematici, seguono l’impatto. Lei dalla sua nuvola ed io sul marciapiede.
L’amore è vecchio e nuovo, l’amore è antico e sei tu. Che sai asciugare le mille gocce disperse sul mio viso. Ostacolo ed icona imperfetta di un quadro che dio avrebbe voluto differente. Ma ci sono, insieme a voi, stasera. Fermo quell’immagine sbagliata così cercata e voluta. Imperfetto nel mio essere che tutto imperfetto trasformo, magari mio malgrado.
Sol minore. E’ vero, una volta c’era questa via che mi riportava a casa. Ed è già tutta un’altra canzone, ma piano e in sottofondo. Non sentite?

