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Parenti serpenti

Siamo al punto di non ritorno? Non si sa ancora, ma secondo me ci siamo vicini. Attenzione: a novembre ci saranno le elezioni che decideranno un eventuale e malaugurato secondo ed unltimo mandato dell’attuale presidente degli Stati Uniti george W. Bush. Se accadesse, al contrario, esattamente come al padre prima di lui che dovesse perdere le elezioni e quindi non venisse riconfermato qualcun’altro prenderà il suo posto, probabilmente un democratico. Lì il turn over ha un senso, culturale innanzi tutto. E mediatico.

Nel paese più criticato dell’occidente politico, convivono imbarazzanti questioni a spregio del buon vecchio rigor di logica. È un fatto che gli organi di stampa statunitensi siano i più liberi del globo. Le critiche che vengono mosse all’attuale governo nulla hanno a che vedere con la pacata consapevolezza di terrore che si vive altri luoghi nella medesima situazione dittatoriale. Uso questo termine in modo molto esteso. Di dittature ce ne è più di una. Pinochet era un dittatore de facto, così come Mussolini, Franco, Hitler. Storicamente altra questione sono i casi di Stalin, Mao, Castro. La suddivisione sembra banalmente fra destra e sinistra, ma non è così. Si tratta di differenti casi nei quali un regime (nel tempo) non democratico si è instaurato per due differenti e sostanziali motivi. Golpe o brogli elettorali, e rivoluzione. La Storia d’Italia di Indro Montanelli, un anti comunista, descrive perfettamente l’ascesa al potere di Benito Mussolini, vi invito a leggerla prima di obiettarmi che fu liberamente eletto dal popolo, lo stesso dicasi per Adolf Hitler. Quindi, dicevamo, quanto uso a mo’ di spartiacque per classificare quanto poc’anzi riportato è la discriminante popolare, nello specifico la Rivoluzione.

Ed è importante perché dietro alle Rivoluzioni Comuniste c’è il pensiero di Marx, ci sono gli stadi della rivoluzione, che mai sono stati seguiti sino all’ultimo, ad un certo punto ci si fermava; ecco la falla. Ma le rivoluzioni sono state scelte dal popolo, dal basso. Si destabilizzava per ricostruire e condividere. Ecco la discriminante. Poi il popolo si è visto arrivare un tram di quaranta metri nel deretano ma questa è tutt’altra storia. Dietro le dittature Sudamericane c’era la Cia, dietro a Franco, Mussolini, Hitler ed i Colonelli il beneplacido degli Stati Uniti (per poi combatterli, ma non è stato così anche recentemente?). È un po’ un altro modo di porsi. Ma non entro nel merito della questione, non oggi. Chiudo la digressione, dovuta, ed allargo quindi il concetto di dittatura. Oggi assistiamo a un altro tipo di dittatura: quella mediatico / comunicativa.

In questo panorama, collochiamo agevolmente tutti i Paesi europei senza distinzione alcuna, ed ovviamente gli Stati Uniti con Israele ed il Giappone di contorno. Ora, se da un lato la politica socialista sta vivendo un momento non felice a causa dei propri gregari e funzionari, d’altra parte il libero mercato non può dire l’inverso. Se Atene piange, Sparta non ride. Un po’ pochino per considerarle solide basi di civile convivenza. Ma assolutamente all’altezza delle aspettative per essere da corollario ad un’incivile connivenza.

Riprendo quanto appena accennato. Non è più un mistero che, ad esempio, nessun altro se non la CIA armò ed addestrò i Talebani nella guerra contro l’URSS, né che gli Stati Uniti parteggiassero, appoggiassero e finanziassero lo stato iracheno durante il decennale conflitto Iraq Iran. E non lo sarebbe mai stato se l’audience (perché non siamo più cittadini, siamo audience, ed è vero) avesse l’abitudine di ricordare quello che successe negli anni addietro. Ma per farci tornare la memoria oggi servono gli specialisti; quelli che di lavoro fanno ciò che chiunque dovrebbe saper fare. Ascoltare e ricordarsi. Niente di più. Quindi, dato che solo a queste precarie fonti deleghiamo la memoria storica globale, nel momento in cui l’unico vate che seguiamo pedissequamente (la televisione) non ce le ripropone ecco che il semplice ricordo del banale incontra l’oblio e si fonde nella disperata coscienza della cultura nazional popolare.

Analizziamo per un momento quanto è accaduto e sta ora accadendo, parliamo di undici mesi fa, non ci credo che abbiamo già dimenticato. Quindi, la coalizione più armata ed imponente degli ultimi cinquant’anni attacca un paese sotto embargo da tredici anni, governata da un uomo che gli USA hanno armato, sulla base delle informative dei servizi segreti, la CIA appunto. Queste informative riportavano con certezza la presenza sul territorio iracheno di armi di distruzione di massa, piani d’attacco con potenziale bellico chimico attuabili in tre quarti d’ora e non collaborazione delle autorità locali con gli organi di controllo internazionali.

Partiamo dall’assunto che in linea di massima non sono d’accordo mai con il far scoppiare una guerra, ma siccome non sono Alice e non sto nel paese delle meraviglie so anche le guerre si fanno, e le si fa per due motivi: strategia e soldi. Dato che il tempo del Risiko! è finito e che di Napoleone e Giulio Cesare scarseggiamo un attimo, ecco che rimane solo la motivazione soldi. Ma non pochi, chiaro? Tali e tanti che nessuno saprebbe che farsene se non su un piano nazionale, dirò di più comunitario.

Non che i Romani e Napoleone vedessero dietro le guerre chissacché oltre al denaro e la ricchezza, ma ancora (ostinate) veleggiavano ancora quelle cose strane tipo, amor di patria, onore delle armi, potenza... Omero millantava ci fossero anche questioni di patonza, ma si sa la questione omerica è spinosa. L’economia era una direttissima derivata ma non il driver. Capite la differenza?

Bene, torniamo ai giorni nostri. Per i motivi citati scoppia una guerra stranissima, che pareva nessuno volesse ma proprio si doveva, o così sembrava. Dato il dislivello ovviamente terminò pure relativamente presto. I primi piccoli scopi evidentemente si erano ben più che perseguiti. Non possiamo decontestualizzarci completamente anche se sarebbe più facile e magari un argomentare meno saltellato però… la crisi economica che si sta abbattendo sul fronte dell’economia occidentale non è cosa di poco conto, sia chiaro. E non è cominciata l’11 settembre del 2001. Quella era la fine della crisi, non l’inizio. Le guerre, le crisi o quantomeno quelle economiche, le fanno finire non le fanno cominciare. Ora mi spiego.

George W. Bush è stato eletto grazie alla partecipazione in campagna elettorare di due fra le più potenti lobbies presenti nel governo ombra delle aministrazioni statunitensi: quella delle armi e quella energetica. Ma questo non è mica un segreto di stato eh? Basta leggere i giornali americani, lo dicono ogni giorno e Bush stesso non ha mai fatto una piega, sono cose che si dicono. State seguendo un po’ le campagne elettorali dei democratici in questo periodo? Io si, uno dei punti forti del discorso che tengono di fronte alle più differenti platee è proprio la spesa in propaganda; paradossalmente chi sta più basso di altri riscuote minor fiducia. Non esiste nella mentalità americana che un uomo per perseguire i propri scopi faccia quello con il braccino corto. Non esiste proprio. Quindi non so a voi ma a me, considerando le suddette lobbies che foraggiarono la campagna elettorale e la successiva elezione di Bush, due guerre in 16 mesi e un black out su tutto il territorio nazionale mi sembrano più che altro un saldare i conti con i propri creditori. Ma stavano vendendo gli appalti per la ricostruzione prima ancora di attaccarlo questo benedetto Iraq, ma vi ricordate o no? È già oblio?

Assumiamo quindi che questi siano motivi, è un po’ sbrigativo ma assumiamolo, più o meno sta in piedi, almeno quanto un attacco missilistico di proporzioni deflagranti da parte dell’esercito iracheno in meno di 45 minuti.

Ora serviva qualche cos’altro. Serviva la verità da regalare all’audience; non gli puoi mica dire che devi saldare i debiti al popolo. E allora interviene la CIA. Questi hanno fatto casini apocalittici in giro per il mondo, per tutto il cazzo di mondo, e vuoi che non sappiano redigere un minchia di documento che consacri ad imperituro ricordo la certissima pericolosità dell’ennesimo stato canaglia? Certo che lo sanno fare, e l’hanno fatto. Poi arrivò il momento di comunicare quanto appreso dall’intelligence. Sfruttare il nuovo potere dittatoriale, intraprendere la grande marcia del marketing di guerra, un tempo era propaganda. Ma adesso fanno le magliette quindi è proprio un marketing plan, di fatti prevede il merchandising… ragazzi, è la stessa cosa che faccio io per sasaki. Cerco di stupirvi con gli effetti speciali per avere un ritorno d’immagine. Sull’onda di quel ritorno cerco di dare corpo al mio pensiero perché possa presentarlo al maggior numero di persone possibile e quindi guadagnare in visibilità, avere il vostro dannato consenso. Non hanno fatto questo? No? Ma non vi ricordate le campagne di questo e quell’altro segretario di stato che giravano per l’Europa con la documentazione che legittimava la guerra? Non ricordate il nostro presidente del consiglio che ci disse che non c’erano motivi per dubitare dell’esistenza di armi potenzialmente idonee all’attacco chimico? Ma che cazzo di modo di parlare è: “non ci sono motivi per dubitare”? Ma santo cielo, ma lo sappiamo tutti cosa accade in una guerra no? C’è chi vive e c’è chi muore. E tu lo fai o lo avvalli perché non ci sono ragionevoli dubbi, ma cazzo tu dovresti essere certo! Non non avere ragionevoli dubbi.

Infatti erano talemente irragionevoli questi eventuali dubbi che nessuno ha trovato un cazzo di niente. Niente armi, niente attacchi chimici in 45 minuti, niente di niente. Addirittura Bush rassicura la sua gente (e gli alleati di conseguenza) dicendo che lui vuole sapere la verità, lui vuole andare fino in fondo. Lui si era fidato della CIA e se sbaglia sono cazzi di george Tenent (chiamasi capro espiatorio, che gli pulisca il culo e lo riassetti un pochino per le prossime elezioni).

Io dico che le coscienze non si puliscono sputandoci sopra e strofinando un pochettino con il cadavere dei tuoi ex-collaboratori come fosse la pelle di daino. Ma magari mi sbaglio. Magari il popolo americano gli crederà così come fecero in prima istanza Berlusconi, Putin, Blair e molti, molti altri. Questi uomini sulla base dell’assenza di ragionevoli dubbi avvallarono la morte di un numero spropositato di esseri umani, fra i quali propri concittadini, non che valgano più degli altri ma per l’audience serve specificare. L’assenza del ragionevole dubbio. A questo ci porta l’oblio della memoria. Come se il prete o il sindaco che sia per sposare una coppia gli chiedesse se si fanno schifo, se la risposta fosse non dico un No, ma anche un semplicissimo non motivo per cui farsi schifo, beh ecco… ok, allora vi sposa. A rigor di cronaca Kennedy non disse assolutamente oggi siamo tutti quanti americani, disse: oggi anche io sono berlinese. C’è una bella differenza. Non si possono girare le parole a caso e credere che il risultato non cambi. Sarebbe bello, caspita: fine delle incompresioni, ma non è così.

Oppure, magari, esattamente come accadde al padre, il popolo americano non crederà che sia più il caso di delegare ad un uomo del genere le sorti di una nazione intera, di quelle ad essa confinanti, di quelle sparse in giro per il mondo. Non ho ragioni per pensare che George W. Bush sia un mentecatto, ma è anche vero che non vi sono ragionevoli dubbi per non pensarlo. Ognuno è fatto di quanto si lascia alle spalle e, de gustibus…, io non avrei messo a capo dell’arsenale bellico più potente del pianeta qualcuno che non si fece scrupoli nel giustiziare un ragazzo di quattordici anni.

Lunedì, 2 Feb. 2004
18:00

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