Butterflies in my tummy
Sono un umorale paranoico, ossessivo. Mi è già capitato di dirlo, ma questo non è un problema vostro. Anzi non è un problema affatto. Se il giorno prima vi manderei volentieri a cagare ed il giorno dopo vi adoro e della vostra compagnia non potrei fare senza non è colpa di nessuno. È che mi disegnano così.
Questa è la mia dimensione, io mi ci trovo e nel trovarmici magari vi diverto alle volte, oppure vi faccio incazzare, o sorridere o immagonire, chissà. Tante volte ho ricevuto vostre mail nelle quali mi avete massacrato o adulato. Che belle, entrambi le cose. Credete, ne ho bisogno.
E me le merito, sapete? Me le merito perché sono fatto in modo tale da sapere quando qualche cosa mi sta stretta e quando invece proprio sarebbe oltremodo fuori luogo che non mi calzi. E, dio mio, a me piace vestire bene.
Poi ci sono le questioni futili, poi ci sono i finti problemi, poi i complimenti, poi i favori, le piccole cerchie di amicizie, i favori che solo io, o che solo tu e che grazie amore. Poi le candycandy, poi il falso intellettuale, quelli con i cassetti pieni di romanzi e quelli che non ne hanno neanche uno ma si deprimono per sport, che tutto il male che gli prego non gli è abbastanza. La morte, ed il dolore, quello vero, nell’ordine. Saprei bene io.
Alle volte scherzo, ma per scherzare bene bisogna essere seri. Per scherzare bisogna essere intelligenti, oltremodo se possibile. Che a far piangere ci vuole un cazzo, è per far ridere che bisogna essere bravi.
Ah, già poi c’è il non capisco, sì capisco… vi spiego: io non mangio e per questo non dormo, ma non ingrasso e guadagno un sacco di tempo. Chiaro? È lì che vi fotto io ne ho davvero 24 di ore, ho quanto basta per capire che le cose non vanno bene o il contrario, nel momento esatto in cui è giusto che così sia, e mentre voi dormite. Poi, sì c’è anche il fatto che io so scrivere e voi non sapete leggere. Ma ne parliamo un’altra volta.
Non ci sono sempre dei perché e mi dispiace, ma come dire, io sono io, e voi non siete un cazzo. E adesso, pausa.
Io vorrei morire non da solo. Mi piacerebbe avere attorno tutti quelli che ho amato e non sono stati molti, non sarebbe una folla. Io vorrei pensarmi con il sorriso nell’unico momento che mi capiterà di non poter essere capace di eludere. E il non saper pensare a quanto sto perdendo sarebbe un miracolo, quello nel quale non credo perché impossibile sarà non vedermi spegnere, un poco alla volta sino alla fine e percepire il declivio anche se cieco. La percezione netta e solenne da un lato di quanto improrogabile perché, mio malgrado, essere umano, come nessuno mai sino a quel momento, identico agli altri lì e lì solo. Sono le cose che non voglio quelle che mi tradiranno infine, e mi faranno restare aggrappato alla vita sino a piangere più di quanto non riesco, ora, ad immaginare perché avrò a che fare con la cosa più grande che abbia mai ho incontrato sul mio cammino, e non sarà come quando da bambini, onnipotenti, nulla ci poteva toccare e nulla ci spaventava, pur così spaventati dal nulla che era, solo e perché sconosciuto.
Con la stessa sublime consapevolezza che rende infiniti ed eterni quegli attimi in bilico fra il semplice non essere e il divenire, ecco che la vorrei, a me terza, e gentile come nell’unico sogno che me la ricorda, al mio fianco, bianca, a stringermi la mano. Questo è l’amore che ho. Adesso dentro di me. E per lei.
Che se morire dovrò e nel farlo mi accadesse come a tutti, allora per quella via vorrei essere portato per mano; che me la si mostri quindi com’è questa morte e che abbia il nome ovattato dell’amore che ho dentro ora e che ricorderò, il peso delle mie mille farfalle stipate nella testa e nella pancia e, magari, il suono, delicato, di una carezza sulla mano.

