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Solo alle volte, e raramente

Dovete immaginarvi un freddo porco, ma dovete immaginarvelo bene, proprio bene. Tirate su il collo del maglione, o quello della camicia, mettetevi una sciarpa, aprite la finestra: dovete avere freddo. Dentro.

Vi basterà poco, perché il freddo parte dal centro e si espande a macchia d'olio, se arriva ai piedi non vi molla più, per ore intere. È quel freddo che avevo, quello lì. Se l'avrete anche voi mi capirete meglio.

Sono sceso dalla macchina con l'animo mogio e il viso sorridente, perché quando non ho niente da fare allora sì, mi creo dei casini psico-comportamentali gratis, per vedere come ne esco, che oramai è un'abitudine. Vedere come ne esco dalle cose, intendo. E se oggi sono qui che ve la racconto significa che da qualche parte mi sono tirato fuori e rimesso in piedi; scotto ancora in alcuni punti, ma proprio tanto, ed ho imparato che forse dalle ustioni non si guarisce mai fino in fondo che quanto ti bruci fuori dentro sei gelato. E forse è successo solo questo, mi sono ghiacciato e non provo più niente.

Così se il freddo, quello che fa male, comincia nella testa, allora scendere da un'auto e chiedersi di sorridere non ha senso. Per questo lo faccio, e poi magari m'impongo di trovare anche un perché. Non lo trovo il più delle volte, ed è allora che mi do ragione da solo, vado a letto e spengo tutto: stop.

Arrivo di fronte al portone. È uno di quelli che conosco bene, lo consco da anni interi ed eterni, lo vedo sfoderare la propria superbia nel chiudermi lo sguardo che saprebbe surclassarlo, lo vedo impietoso nel dirmi no. E lo dice come un mi dispiace, ma è uno spiacersi che nasconde eroico narcisismo e piena consapevolezza della propria posizione. Forse orgoglio nel suo essere portone. Ed esserlo, chiuso.

Poi l'alba di un insperato miracolo orientale lo apre, lo dischiude quasi distruggendone la perfezione geometrica, massacrando le proporzioni di un rettangolo in estasiante euclidea stasi. Rotto e depresso si piega, e si contorce, un giravolta da dentro, una roba che proprio spezza il cuore, e lo fa mesto, e, nel farlo, cede. Passo. Oltre.

Ho salito le scale, che sono tante e troppe forse. Le ho salite tutte, non in fretta, ma giudicando scalino per scalino quanto avrei dovuto patire, ancora. L'ho fatto perché non ho più voglia di essere uno stronzo. Mi giudico perché non mi piace quello che sono e perché non ha senso l'esserlo, perché alle volte le cose mi sfuggono di mano e non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che devo avere un certo controllo, me lo devo più che altro.

Oggi che non ho nient'altro intorno che me. Oggi che nella testa ho troppa roba da voler o anche solo poter mettere giù, oggi non mi fermo e tiro dritto, se posso salgo le scale, ripide e fredde che tanto il freddo mi viene da dentro e magari sono io che lo porto in giro e non che viceversa sia poi io che lo incontri ovunque.

Il solo salire, il verbo, richiede cura e perizia, lo fa da anni. E mi adopro a non deludere nessuno, né chi mi ha visto né chi mi ha perso. Coloro che di un nuovo me hanno voluto e saputo contornarsi, coloro che mi hanno dimenticato. Quelli che vorrebbero far credere di poterlo fare e non ci riusciranno mai, pur contornandosi di pochi vivi ed altrettanti morti anche solo per far scena. O per posa, o ruolo sociale. O per non esser soli.

Pazientate, gli errori li si comprende solo quando non si può più ripararvi. È per questo che è ancora tutto fermo. E lo è mentre arrivo in cima che più in cima non si può. Ci abita qualcuno lassù, in alto. È un amico.

Che so felice, da qualche tempo. Glielo leggo addosso, lui guardandomi, un tempo, sapeva se sarebbe piovuto.

È una casa che conosco, anche se ho le farfalle nella testa e il sorriso sulle labbra, il resto non importa che la strada per il bagno la conosco. Bene, se proprio devo essere chiaro.

Entro e chiudo la porta alle mie spalle. Lo faccio per lavarmi le mani che sono sporche del non essere state usate, affatto per più di un giorno. E pesano come il cuore che, per carità, batte. Ma solo per tenermi in vita, e nessuno gliel'ha chiesto. Apprezzo l'ostinazione, questo va detto.

Lì, per sbaglio e affianco al rubinetto, c'era un qualche cosa che non era suo. Ed era un piccolo braccialetto. Uno bello, ne ho visti alcuni simili su braccia troppo belle da poter essere raccontate qui. Li ho visti e sentiti suonare nello scontrarsi. Li ho levati e reinfilati. Li ho osservati ed amati.

Chiesero alla regina Maria Antonietta se credesse nell'esistenza dei fantasmi e rispose, sicura, di no. Ma di averne paura. Io, i fantasmi, li invito a colazione è questo il problema.

« Ho il sorriso di un clown che si strucca, se capite ciò che intendo. » scrissi parecchio tempo fa. Ed ora so perché. Perché alle volte, solo alle volte, e raramente, respiro un po' di più. Ma non mi consola.

Sabato, 17 Gen. 2004
02:11

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