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L'assedio

« Ti odio, piccola bastarda. Dove cazzo sei? Vieni fuori che tanto prima o poi ti becco. Forza, ti sto aspettando.

Ho pazientato per cinque giorni, qui. Chiuso in mezzo al freddo e al niente. Non ho dimenticato nulla, tutto qui con me. Ho una scorta di cibo e i calmanti, ogni tanto tremo, è per quello che li ho portati. Sono qui di fianco a me, alle volte credo mi calmi il solo saperli vicino, poi non basta e devo prenderne uno. E tutto torna immobile. Le mie mani di ghiaccio ed i guanti che le ricoprono, i mei occhi fissi nel mirino alla ricerca di un solo granello di polvere che non sia al suo posto, le mie dita abbracciate al grilletto del fucile.

Il telefono è uno di quelli antichi… antichi, vecchi. Una roba demodé, un anni cinquanta ostentato perché poi l’hanno rifatto in duemila modi, anche migliore, ma quello vecchio… ah, quello vecchio.

Odio ogni cosa che possiedi perché non è mai stata tua. Ti ho seguito tutta la vita, ora ti ho trovato e ti fotto. Stronzo. Il telefono, poi di fianco poco e niente, perché le case neppure sai come sono fatte ti stanno di contorno e non tu c’entri un cazzo. Lo sai e non fai una piega che tanto sei solo un mediocre bastardo, non ci puoi arrivare.

Ti ho fatto vivere una vita intera, sei scappato per una vita intera, ora ti ho trovato. Ora, se esiste un dio, la paghi. Che me ne devi tali e tante che neppure immagini, ho fatto passare tutti questi anni, ti ho lasciato l’illusione dell’oblio, del perdono. Ma ora ti ho trovato.

Di fianco al telefono poco e niente, il televisore è lì che sputa i suoi commenti che non capisci, le battute che non sai afferrare e la mediocrità di un popolino medio cui appartieni e per sempre rincorrerai, che non meriti neppure quello. Calato nel piccolo borghese riottoso quale sei, e laido e per sempre maledetto.

Ripondi. »

- Pronto?
- Io sì, tu?

- Ma chi parla?
- Lo sai chi parla, bastardo.

- Ma, che cos..
- Taci, non mi parlare, non mi nominare, stai zitto. Non mi frega un cazzo di quello che pensi, di ciò che sei o vorresti essere stato. Ora puzzi di carogna, e di morto. Non dire niente, che tanto niente ti salva. Sei morto. Mi stai sentendo bene? Credi davvero sarà una cosa facile per te? No, tesoro. Non te la farò così sbrigativa come pensi, non sarà un lampo. Avrai tempo per maledirti. Avrai tempo per pensare a quello che hai fatto, avrai tempo per bestemmiare dio e la tua famiglia schifosa di maiali e scrofe che siete. Avrai il mio pensiero fisso nella testa e sulla pelle per sempre, come un tatuaggio che urla il sangue di chi ti sta attorno e la tua vita per singolo istante di quella che ti rimane. Avrai modo ti chiederti se te lo meriti e di risponderti che è evidente che così sia. Avrai tempo e intelletto insufficienti per sperare nel nulla che ti circonda e che ti salvi, ma non c’è terzo salvifico, non oggi, non per te. Né per chi ti sta attorno ché tutto il male che hai fatto, adesso torna a prenderti e seppellirti. Che tutto il male che hai provocato ti possa smembrare la carne e dalle vene pulsi un dolore infinito che uccida la vista ed il pensiero lasciandoti capire solo e per quello che sei, un maiale. Carne, putrida e blasfema che le mosche lasceranno a marcire perché indegna d’essere mangiata. Che tu possa morire nel dolore ed alla vista di chi ti ha cuore, che tu possa soffrire quanto non immagini neppure che si possa ed in quel momento, solo, capire. Che non c’è ritorno.

« Lo guardo moversi per la casa, il frigorifero non lo cela, l’ho osservato per anni interi. L’ho osservato per capire quello che pensa prima che lo pensi, prima che sappia di voler pensare. Lo conosco nella sua vita quanto neppure immagina di saper vivere e gli indicherò la strada più dura per la morire che solo questo merita e per sempre.

Tremo ancora, ma perché sono emozionato. Non è paura, né tensione. Sono solo emozionato. Le mie dita… le sento, sono lì, ferme sul grilletto. Ho un colpo solo. Uno solo perché non ho bisogno d’altro. E sono distanteforse più di un chilometro. Ma vedo tutto, l’arma è militare, il mirino di precisione mi permette di osservare la sua faccia puzzolente e le espressioni d’ira e la paura – la paura – che sale ogni mattina quando lo chiamo, e gli dico cosa si merita.

Tutte le mattine da cinque giorni e mi fa schifo sentire quelle piccole parole che cerca di biascicare, mi fa schifo e schifo e schifo ancora. Perché non c’è nulla che possa uscire dalla sua orrenda bocca che non sia merda e come merda vada trattata. Non lo ascolto perché non c’è più niente che possa dire o cercare di dire per giustificare per sanare in qualche modo quanto è e rimarrà insanabile dopo la sua morte. Perché morirà in un modo tremendo che non dà sollievo, morirà dentro perché è dal dentro che si muore e non chiederò scusa, ché quanto faccio è orrendo ma è l’unica cosa che devo e voglio fare da sempre, da troppo maledetto tempo. Poi capita che debba fargli sapere che ci sono e che sono vicino e che lo vedo e che non ha scampo. E per farlo mi deve sentire che quei pochi istanti in cui blatera vorrei ucciderlo con le mie mani ma non posso, altrimenti finisce tutto ed ora devo saper pazientare. Ora, mi serve altro, mi serve che.

Rispondi. »

- Senti, devi smetterla, capito? Smetterla!
- Sei tu, che non hai capito, io ho appena cominciato. Ora stai zitto e chiediti come sta tua moglie. Sta bene, si? Io non sono sicuro che starà ancora bene. Guardala, sta uscendo ora, la vedi?

- Ti prego, smettila…
- NON MI PARLARE! TACI BASTARDO, non mi parlare. Tu mi fai schifo. Tu non sai niente, guarda tua moglie. Sta prendendo la macchia. Io la vedo, tu la vedi? Si che la vedi, sei alla finestra. Salutala, forza. Non vedi che ti sta salutando con la mano? Ricambia, sii gentile.

- …
- Bravo, che magari è l’ultima volta che la vedi, così felice. Guardala bene. Che magari è l’ultima volta che la vedi così. Felice.

- Tu, tu… non devi neanche pensare…
- No, io penso eccome. Io, penso. Eccome. Sei tu che non devi minimamente pensare qualuanque cosa, sei tu che devi tacere ed aspettare. Prega il tuo dio, che finisca in fretta perché che ti salvi non accadrà. Ho parlato io con il tuo dio, tu sei mio. Prega solo che faccia in fretta, anche se non lo farò. Prega il tuo dio che mi annoi, ma non avverrà. Prega il tuo dio che non è il mio, perché ti resta solo quello, e voglio sentirti urlare preghiere di misericordia che non avrai. Voglio sentirti pentito e disperato perché solo allora saprò che la paura ha vinto ed io non mi fermerò.

- Ti prego…
- No, non me. Vedi che non capisci un cazzo? Ti ho detto di pregare il tuo dio.

« Odio gli stupidi e quest’uomo è stupido perché sutpido è nato e non potrebbe che morire così. Io pensavo mi avrebbe dato retta, lo speravo quasi, ma non ti puoi fidare degli stupidi faranno sempre cose stupide e ti obbligano ad agire quando invece vorresti aspettare e.

Rispondi. »

- Pron.. pronto…
- CAZZO! Te lo avevo detto che non dovevi parlare con tua moglie, no? sei un povero stronzo. E adesso muoiono da stronzi.

- No ti prego, aspetta che cosa vuoi fare… no!
- Sei solo uno stupido. Cretino.

« Ci avevo messo un mese. Guardavo la cartina della città e aspettavo di capire qual’era il posto adatto. Era una vecchia casa al tredicesimo piano di Franklin Road, abbandonata da almeno vent’anni. Faceva schifo, ma lo faceva bene. Ed era perfetta perché di fronte vedevo casa sua. Tutte le finestre, che il povero stronzo non ha messo le tende perché chissà chi gli insegnò che se ne poteva fare senza. E adesso crepi, stronzo.

Ci avevo messo un mese perché le cose le ho portate un po’ alla volta, anche se erano poche ma non volevo farmi vedere, non credevo fosse semplice quanto invece poi è stato, io sono scrupoloso. Devo uccidere, devo uccidere, devo uccidere, perdìo; non posso andare a caso. E quando io uccido ci metto dei mesi. È così che è andata.

Ve l’ho detto che aveva un cane? Quel cane bastardo s’era allevato un suo simile in casa e lo faceva dormire in una cuccia pulciosa che solo a lui spettava. Un bastardo non poteva scegliere che un bastardo, ma tant’è che a sua moglie piaceva. Ora è morto. L’ho appena ucciso, quel cane di merda.

Ho dovuto abbandonare la mia dimora per un poco e andare da lui. Anche se è notte ho fatto piano. Sono passate molte ore, ma non voglio che mi sentano così vicino perché non sarebbe giusto, non lo sono in realtà. Ma non doveva parlarne con sua moglie. Io lo avevo avvertito ed ora il suo cane è appeso a quella casa da borghese schifoso e mediocre e gocciola sangue dal collo a fiotti che sembra una fontana. Il muso pulcioso come quello del suo padrone lo trovano nel porta ombrelli. Magari piovesse.

Poi ero stanco, dovevo dormire. Tornai a casa, pronto a ricominciare.

Rispondi. »

- Lui, lui non ti aveva fatto niente…perché? Perché?
- Decido io chi mi ha fatto cosa. Taci, bastardo. Taci e non fiatare, non puoi più niente. È finita. Bastardo. Ora lo capisci che sono serio? Ora la capisci che comunque è finita? Comunque, che tu lo voglia o no, è finita.

« Ho riposato ancora, poi. Il sangue mi pulsava nella testa e non va bene. Devo restare concentrato, devo restarlo per quanto serve che non è molto ma è quanto serve. Ho bevuto, parecchio, perché fa bene. Bere fa bene.

Mi ero svestito, per la prima volta dopo tanto tempo mi ero proprio svestito, tutto. Il freddo mi mordeva dappertutto. Ma l’avevo fatto. Ora mi sarebbe stato impossibile far quel che dovevo da nudo e per quello mi alzai con calma che il sole doveva ancora sorgere. E mi rivestii.

Ed aspettai. Le sette e venti. Di un mercoledì qualunque.

Presi il fucile, lo appoggiai sul cavalletto. Un metro dentro la finestra un po’ socchiusa. Misi l’occhio nel mirino e strinsi il calcio a me. Un tranquillante, una sola pastiglia, ad ascigarmi il sudore della testa. I guanti mi coprivano le mani e tenevano preciso il grilletto, fermo.

Ti odio, piccola bastarda.

Franklin Road, tutta quanta. Sorpasso di poco il parco e un po’ più a destra la sua casa. Tutta. Le quattro piccole finestre poi quella più grande della cucina ed il balcone che di lì parte e gira attorno a tutta la parete come ad abbracciare il nulla che solo lì dentro si respirerà… ancora un poco. Mi abbasso perché non c’è nulla nel sotto tetto che mi interessi, o quantomeno non più; s’è svegliata e sta uscendo. Ed io ci sarò. Perché è me che aspetta. Da nove anni.

Ti odio, piccola bastarda.

Uscirà da sola perché è sempre così che avviene, la saluteranno dalla porta perché è così che vuole. Perché è così che si diventa grandi.

Mi abbasso un poco e vedo la porta d’ingresso. Vedo lo spioncino, vedo la maniglia e la toppa della chiave. Vedo le pallide ombre dietro il vetro, vedo quel che c’è senza compromessi. E devo essere forte. Oh, sì. Devo proprio.

Non vi ho mentito, di colpi ne ho solo uno. Perché è quello che mi basta. Il calibro del fucile è molto piccolo perché è così che fa più male, il proiettile entra nella carne e devia ogni ostacolo che incontra. Tende ad uscire, il proiettile, a lasciarti vivo se non miri in un punto vitale. Ti uccide dentro ma ti lascia vivo e agonizzante a morire senza sangue e urlare di dolore che ti ha spaccato ogni osso che incontrava e bruciato ogni membra che ha trapassato.

Sei mia, piccola bastarda.

Ti ho preso in un occhio e il cranio si è aperto da un lato perché non ho mirato male. Ho mirato bene, io non volevo che vivessi e agonizzassi, io ti volevo morta. E il cranio di una bambina, è fragile. Ora che hai fatto quel che dovevi, riposa e lasciami parlare con tuo padre. Forza.

Rispondi. »

- Perché.. perché lei? Lei cosa ti ha fatto? Non… non..
- Taci, bastardo. La vedi? Vedi il suo cervello sulla porta di casa? La vedi in silenzio ai tuoi piedi? Guarda tua moglie. Voltati e guardala. E dille che è colpa tua. Lo senti l’odore del sangue di tua figlia? La senti la voglia di vomitare e morire? No. Tu non morirai. Mi dispiace. Si, prendila in braccio e piangi quanto hai da piangere, urla e muori con lei di dolore, e quel peso che hai sulle braccia, solo quello possa accompagnarti tutta la vita miserabile che ancora hai da vivere. Che lo sguardo di tua moglie ti uccida un minuto alla volta. Che il sangue di tua figlia sia l’ultimo colore che tu possa ricordare. Che tu possa contornarti di solo ed eterno dolore. Lo senti quel peso, quello che hai sulle braccia? Quello è il peso della vergogna. E della consapevolezza che tutto finisce qui. Nello stesso posto in cui è comiciato, troppi anni fa. Che tu possa morire di dolore, che tu possa ucciderti e che lo facciano altri tuoi cari prima di te ed in tua presenza. Che la morte arrivi tardi per darti il tempo di soffrire e nel farlo non trovare pace. Poiché quanto stai vivendo, neppure in parte mi ripaga di quel che mi hai fatto.

« Un proiettile solo nel fucile, uno solo nella pistola, da sempre, immobile poggiata per terra. È un istante. L’appoggiarla alla bocca, sfiorare le labbra e dirsi d’aprirle.

È solo un istante. Poi più nulla, ma nulla davvero. »

Lunedì, 19 Gen. 2004
22:39

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