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Il rumore della neve

Mi sono alzato perché c’era troppo silenzio. Io non sono abituato, a Milano c’è un casino che non lo so spiegare. La mattina se c’è silenzio può solo aver nevicato. Ma non era per quello. Non stamane.

Mi sono alzato perché a letto ci faccio la muffa ogni weekend ed ogni sera dopo il lavoro e già stare nel letto alle cinque del pomeriggio non ti fa riposare per niente, alzarsi che è tardi diventa imbarazzante.

Mi sono alzato da un letto che è solo mio perché alle volte è troppo grande e non so che farmene e poi fa freddo; che non me lo spiego, ho una casa che si dovrebbe scaladare con l’alito, tanto è piccola. Ed invece è una specie di igloo all’ottavo piano, solo che non ci sono i muri di ghiaccio né c’ho i pinguini di contorno, tanto mi fanno schifo.

Ora sono seduto esattamente dov’ero questa mattina, ma adesso è un po’ tutto diverso, prima c’era una speranza idiota intorno, ma almeno c’era quella. 

Scendo le scale, di fretta e senza guardare, un po’ perché non c’è niente da vedere o che anche solo meriti di essere osservato, un po’ perché non ho tempo – proprio non ne ho – che il ritardo lo accumulo da talmente tanti mesi ed anni interi che a scriverlo non mi bastano i fogli che ho in casa. E sono poi uscito dal portone, in realtà lo vorrei solo chiuso e magari senza i vetri, non mi importa saper cosa c’è fuori, l’ho già visto, io ne sono a conoscenza. Non ne ho bisogno. Ma lo apro, poi, con discreta mestizia e nell’animo le pietre, che prima o poi doveva anche accadere, ma stamane – proprio no – ecco, non me lo aspettavo.

C’era il silenzio della neve, c’era un il tonfo nel cuore di quelli che non sanno aspettare. C’era solo uno come me, uno solo, che usciva dal palazzo. Il resto, era solo spento. Niente di più.

Senza le macchine, ma non poche: nessuna. Senza la gente. Senza gli animali, senza ossigeno quasi. E magari mi sarebbe stato bene, pensavo. Magari proiettare la condizione mentale sul reale non avrebbe fatto tutta questa differenza. Ma mi sbagliavo.

La differenza la faceva eccome. Era come se fossi stato l’ultimo uomo sulla terra. Ed in realtà non era esattamente “come se fossi stato”, io ero l’ultimo uomo sulla terra, perché tutti gli altri, tutti, erano morti. E c’era il silenzio della neve. Che il giorno che sono nato mi diceva mia madre c’è stata una delle più grosse nevicate che a Milano si ricordino, ecco forse è lì che io e lei ci siamo legati. Io e la neve, dico. Quella che non viene. E che stamane avrei voluto, anche solo per dare un senso a quel silenzio.

Ma erano solo tutti morti, non un po’ di bianco sulle strade. Non un po’ di bagnato qui e là. Solo il silenzio, per il resto potevo anche immaginare. Non me lo sono mica chiesto se erano scomprasi tutti o solo io, non faceva neppure differenza. Il più sarebbe stato non percepire il fatto, tolto questo privilegio di ragioni non ne voglio.

Ora che siete morti tutti quanti, io che cosa faccio… me lo dite, per piacere? Ora, dovrei mangiare? Bere e dormire? Parlare, perché?

Ora che non ci sono riflessi, né opinioni e sorrisi. Ora che non litigo più e sto ore zitto e mi guardo che neppure so cosa dirmi. Alle volte mi alzo dalla sedia e dico una parola a caso, giusto per sapere se ne sono ancora capace. Poi guardo i piatti da lavare e scopro che hanno preso lo stupido posto di una lavatrice che non svuotavo per principio. Ed allora ho provato ad urlare ogni tanto, almeno i vicini mi avrebbero notato. Li sentivo quando stendevano, il rumore delle cordicelle, ogni tanto ridevano, contenti loro: a me stendere faceva schifo.

Ora che non ho un motivo, uno, da raccontare, che sono annichilito, che non ho più neppure nessuno da odiare, nessuno che puzzi in metropolitana. Ora cosa sono? È questo che intendevo, sapendo che la vita non ha senso se non hai nessuno cui raccontarla. È solo questo. Ma, dentro, mi vedo solo io. Stupido. E piccolo.

Ero. Perché in altri sapevo riflettermi e dell’altrui giudizio fare corpo, animo e pensieri. Oggi in questo silenzio che mi assorda, con negli occhi quella massa di uomini e donne che non ci sono più, io, cosa servo?

Lunedì, 26 Gen. 2004
02:44

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