Il mio sorriso migliore
Vagolo. Punto dopo punto, creo una ragnatela grande come la mia città. Alle volte la odio a tal punto da non poter resistere senza, se capite ciò che intendo.
E sono le faccie quelle che spaventano di più, nel doversi districare tra gli sguardi di chi ti conosce per il solo averti incrociato. È una cosa di geometrie, se la si studia a fondo, se ne sviscera il concetto ma si perdono i contorni, che sono l'unica cosa che rimane. E che forse mantiene un senso.
Che se la vita - tutta - fosse solo acqua, calata dall'alto e che dall'alto mi inzuppa con ciclicità solo sua, allora ho capito d'esser forgiato di tessuto idrorepellente. È la mia volontà, nulla di precostituito. Mi limito a farmi trasportare.
Indosso il mio sorriso migliore e, da lontano, attendo il segnale. È un respiero flebile, quasi un sussuro. Vettore di un motore sino ad allora inerte ma folgorante in potenza ed intenzioni una volta avviato.
Ancora in apnea, con un groviglio di nulla nello stomaco, vestito per quel che devo, silente, in quinta. Poi.
Signori, chi è di scena.

