Ka mate! Ka mate! Ka ora! Ka ora!
In un qualche cosa di tendenzialmente grossino e verde, immaginate un quarto di bue sui 90 chilogrammi per un metro e ottantacinque, completamente nero che vi si propina innanzi ad una velocità devastante. Dietro di lui altri dieci delle stesse fattezze, ma quanto vi ho chiesto di immaginare è una media, altri hanno avambracci grossi come tutto il mio tronco. Una massa nera di bisonti che urlano e fagocitano aria e strepitano e corrono, ma non in direzione sparsa, proprio no. Tutti, e quando dico tutti vuol dire tutti, puntano dritti dritti su di voi.
Ecco se ve la siete costruita bene, ora, dovreste avere un’idea di massima di cosa vedesse dalla sua prospettiva Pepito Elhorga trattendendo, in maglia blu della nazionale francese di rugby, l’ovale stretto fra le braccia. Impalato, fermo come un mulo in mezzo il campo, una roba che volevo gridarglielo io dal mio letto:“Pepito, muoviti che quelli ti ammazzano, gli hai già fatto due pere, ora sono incazzati come delle bestie e non avranno pietà per il tuo bel faccino pulito. Pepito, quelli sono gli All Black. Non so se ci siamo capiti.”
Richie McCaw c’ha una cicatrice sul sopracciglio che è grossa come il mio palmo di mano, e mentre gli applicavano sopra qualche unguento miracoloso a bordo campo sgorgava sangue a fiotti che pareva SanGiovese, l’arbitro gli stava addosso perché si decidesse: o rimaneva fuori per un tempo regolamentato (voi vi rendete conto che quello sport contempla nelle proprie regole la sostituzione provvisoria per ferite sanguinanti?) o che rientrasse. Richie l’ha folgorato con lo sguardo, manata sulla spalla mezzo spintone per farlo stare buono e, microfono a bordo campo nistidissimo, “Take it cold man, I thought I was asking you for two fucking minutes”. Richie non ha tutto questo vocabolario, ma si fa capire. Che a contarle tutte tutte conoscerà una ventina di parole, poi picchia. L’arbitro lo sa e di fatti risponde “Ok, ok…” schiscio, si direbbe a Milano.
Poi è di nuovo un delirio, botte da orbi e manate e calci pugni ed urla… io non lo so, ma vi garantisco che non ho mai assistito ad una cosa più cruenta ma al tempo stesso tanto corretta. Tu vedi ‘ste valanghe d’uomini che si piombano addosso in tutta la loro intera mole e quando l’arbitro emette un qualunque flebile gemito… tutti fermi. Immobili, mani dietro la schiena e sorrisi. La metà buona sono senza tre quarti dei denti che avrebbero in dotazione, però chi se ne frega loro se la ridono.
Ecco. Ieri notte ho scoperto il rugby e nello specifico ho scoperto gli All Black che un poco conoscevo ma oggi, ho approfondito la cosa e mi sono innamorato. Loro e la Haka, che quando la danzano all’inizio di ogni partita che disputano (dal 1822) fanno talmente paura che se sei lì (e di solito sei lì ma con un’altra maglia è questo il problema) e non ti stai cagando sotto o sei morto o ti stai astraendo talemente tanto che pensi all’oratorio ed a quella volta che il papà ci teneva così tanto che entrassi nella squadra di rugby, dio lo folgori! Lui mo’ sta in gradinata orgoglioso, tu di lì a breve non ti ricorderai più da che parte sarai girato e come ti chiami che le botte c’avranno pure il sorriso di contorno ma quelle di Richie fanno male lo stesso. Anche se date con rispetto.
E gli All Black rispettano, dio se lo fanno. Talmente tanto che sono vestiti a lutto. Ecco perché sono tutti in nero. Stupendi. Lutto per chi? Per gli avversari, per la loro sconfitta.

