Rimetti la mano dov'era
Interno, notte, o esterno, notte, facciamo sera. Non importa: in reltà è un limbo, qualcosa di assoluto e distante, perché non deve entrare nella testa di nessuno. È un qualche cosa di tangente ma non stride nell’incidenza. Non fa rumore, un tuono sordo. Un qualcuno che cade con un tonfo. Cose dimenticabili. Non si passa al secolo in un posto come quello. Né nello stabilirvisi né nell’essergli terzo e secante. Dimenticate, fermate il nastro: stop.
Si vedono le scale che scendono sempre più giù, si vedono e si sentono perché nell’incedere stanco sposti un pelo il baricentro ed i gradini ti arrivano sotto da soli, il resto è solo una questione di gravità e pesi. Bilanci questo e quello e non c’è un gran che a cui ti resti da pensare. Occhio alla caviglia, se regge quella hai fatto cento. Ecco sei sceso. E ancora, e ancora.
Parto da lontano e lontano arrivo ma a volerla misurare saranno cinquanta metri. È una strada come un’altra. È un pezzo di Milano e c’è tutti giorni, lì che mi aspetta, la calpesto e la snobbo, ho i pensieri altrove. Non posso star dietro a tutto. Quindi se mi vuoi parlare mi stai dietro, se mi vuoi pure interessare ti devi impegnare. Non basta un cartello, non basta la voce querula, non basta il disgusto, il senso d’inadeguatezza, lo smarrimento, la malinconia. Non mi servono i tuoi occhi, sublimo e ti lascio agonizzare, uomo. Non sai di nulla stasera, mi spiace, hai perso.
È una via che si palesa sotto le suole delle scarpe a mano a mano che la percorro, perché in realtà non c’é; non si evidenzia per lasciarsi dimenticare, ti sovrasta quando è il caso ma per scappare oltre, non sono il suo obbiettivo, non ha obbiettivi. Mi precede ché c’ha fretta, più di me, e la lascio andare. Saprò ritrovarla senza dissennarmi. Tanto alla fine non s’è mai mossa da lì. Eccola un po’… me ne basta poca, poi seguo gli odori. Roba acre di piscio e sputi e finti taxisti, roba così, come viene e vera. Un incrocio di facce orrende e la triste mescolanza di eco al megafono e ossido di ferro.
Che si deve scollinare prima o poi e se mi sono fatto un culo così e sono ancora vivo e sulla vetta, perdìo, ora voglio scendere e farlo nella pace dei sensi. Con il sorriso – no quello è troppo. Mi fate scendere? Per piacere… ora basta, dài. Abbiamo girato abbastanza, volevo solo andare a casa.
No. Ed è un « No, Punto ». Senza repliche. Quello della mamma che ci dice: Non rispondere, non si risponde agli adulti perché sono più grandi e si porta rispetto, e non è che ci aggiungi un qualunque cosa dopo quella frase, te la subisci, te la mangi tutta e se non si digerisce non è colpa del cuoco. Roba di pancia. Come butta, lato pancia?
Ho lo stomaco a puttane e faccio le giravolte fra la gente che adesso prendo un motorino e anche se ho paura me ne frego ma non devo condividere il mio ossigeno con ‘sta marmaglia, e poi chi se ne frega – la prego vada avanti lei, ma si tolga… ma che ne so: io ho l’abbonamento e mi sta pure scadendo ho già i miei problemi, non le dà il resto? È un vero peccato – perché ho visto una signora che ha perso una scarpa e non è che si sia accucciata per recuperarla e reinfilarla un poco più in là, no, ci teneva tutti in fila come i soldatini – sì, grazie, un cappuccino tiepido ed un bicchiere d’acqua, eh? Naturale si, grazie… tiepido, sì. No, non un « cappuccio », un cappuccino e non è una « piada » è una piadina né si chiama « nat » è un bicchiere d’acqua naturale – ma che c’abbiamo oggi a Milano, ci fa schifo sprecare mezzo secondo in più per finire le frasi. Che se sono delle signore che perdono le scarpe e ci lasciano in fila a pensare ai mal spesi o la vita intera ed eterna o dio, allora abbiamo ragione da vendere ma dimmi Naturale, ti prego è uno sforzo che credo si possa sopportare… costa poco e fa felice il Simo. E sì, te l’ho detto, lo stomaco va su e giù e non so perché ma l’odore non aiuta.
La sua mano è appoggiata tutti i giorni nello stesso punto e la vedo sbucare fuori dal niente ogni volta nello spicchio di visuale che mi resta, perché gli occhi gli spengo che tanto non servono. Quasi mai, giusto capire la storia del baricentro e schivare piscio merda e sputi e i finti taxisti. Il resto è poesia. La sua mano l’appoggia in quell’angolo che sa di niente perché in quel posto non ci trovi nulla se non la mano di un uomo che sono anni che strilla in silenzio e sporco e con un cartellone con i segni di una biro stanca che sproporzionata chiede soldi o pane o ti rammenta che chi la sorregge ha dei figli e non uno, trenta magari. Quella mano ha fatto l’amore allora, com’è che si appoggia per terra, adesso? Com’è che mi fa schifo, a me, ora? A qualcuno sarà piaciuta, un giorno, o piacerà in un altro. La sua mano appoggia il resto del corpo che di lei si fida perché è tutto un vacillare lì in mezzo e scansare i piedi e chi i soldi te li tira addosso e non li posa. Che poi non è un casello, ce li possiamo tenere anche in tasca. Nessuno muoverebbe contro di noi a marce forzate, proprio no. La testa declina e nello stato e nell’intenzione del non sapere proferir parola. E se non parli non sai di niente. Stasera, uomo; hai perso. Ancora più di prima.
Hai perso contro tutti perché ti sei messo a fare una guerra che neanche immagini contro i più agguerriti del mondo. Non c’è clemenza, solo pollice verso per te e per gli altri. Sconfitti a fasi alterne e d’incanto e in paradosso vicendevoli. Sconfitti perché le guerre vincibili non le hanno ancora inventate e non sono certo né il primo ad averlo detto né l’ultimo a pensarlo. O almeno ci spero.
Sconfitti noialtri come te, sconfitti perché io mi vergogno e tu invece lo stesso sentimento hai già barattato a suo tempo e ora sei lì che impietosisci il porfido. Oppure non ci sei più perché in eredità ci hai lasciato una scritta sul muro e le tue coperte ancora lì. Perché nonostante la nostra indifferenza tu esisti, mai come oggi. Ma domani scompari insieme a tutto il resto e non pensare ch’io mi volti e d’amico ti capisca. Non mi trascinerò dietro tutto questo. Domani non c’è nulla e si continua a combattere. Ma tu, vigliacco, ti sei ritirato e così non vale. Rimetti la mano dov’era, ora! Ti prego. Che se non ce la rimetti al volo io penso che, alla fine, quel cazzo di aids t’abbia ammazzato se dio vuole e con te abbia sconfitto una ridda d’imbecilli e ciechi di cui sono portavoce imbarazzato, penitente, contrito e magari redento. Oppure ci hai preso per il culo e allora mi fa ancora più schifo perché io sputo verità, stasera, e non si gioca con i sentimenti, non me lo merito. Io. Comunista e disilluso. Razza acerba, troppo, per apprezzarne l’eventuale progenie. Capisci il casino che combini? Fai il bravo e torna dov’eri.
Interno, notte. Ancora – perché alla fine dura poco, però tutto il resto è alle spalle.
Click, buio.

