Portate pazienza
Ve lo spiego con calma e voi con calma lo capirete, ed entrerete nella mia testa per leggere fino in fondo cosa intendo. Prendete una canzone dei Cure, non una a caso, trovate una copia di Lullaby, premete play e rilassatevi. Poi portate pazienza. Robert Smith è uno di quelli che la pazienza la compra al chilo. Per i primi 2 minuti e 54 secondi il groove monta, come la panna dovrebbe e le chiare d'uovo a neve mai. Ogni otto battute entra un nuovo strumento e ci propone un ennesima melodia, risultato finale, con soddisfazione quasi, è la base sulla quale canterà. Gli ci vogliono 2.54 minuti, non una parola, solo quattro - quattro - sospiri e una decina di mugolii. Non so se mi sono spiegato. La pazienza è tutto. Portatela. Dove, importa poco, ma per carità portatela, quanto meno per ascoltare Lullaby dei Cure, versione integrale 7 minuti e 45.
Io sto imparando il valore della pazienza, sto riscoprendo il tempo, di più: l'ho cancellato. Non lo porto più addosso, è un inizio. Ed ho scoperto, contestualmente, che milano è piena di orologi, ovunque; appesi ai palazzi, sui muri, alle fermate dei mezzi, sui polsi degli altri. Milano stacca il tempo per tutti, ma non per me. Io ho i miei tempi. Me li gestisco d solo. Prossimo passo trovare i miei silenzi ed indico con ciò non avere più un telefonino, se ci sono ci sono se no ciccia. Sarà un grande passo ma propedeutico a ciò sarà cambiare lavoro, per ora sarebbe una contraddizione mica da ridere, per chi sa cosa faccio.
Comunque non vi tedio più del dovuto e passo alla solita banalità che mi ha rapito qualche giorno fa e che, digerita ed assimilata come di consueto, tendo a sottoporvi.
Salgo su un tram. Capita di rado, io sono uno da metropolitana, a dispetto della mia claustrofobia e contro ogni buona regola dell'igene ma è una questione di quotidianità e comodità. Salgo su un tram, dicevo, uno di quelli belli, di quelli vecchi; dove leggi ancora, vietato sputare. E mi sono sempre chiesto: ma che cazzo era uno sport nazionale sputare dai finestrini del tram? La stracittadina dello sputo, chi dal 11 prende il ghisa (vigile - nda) fa un sacco di punti... chissà. Ecco ero proprio sull'undici dovevo andare a casa di un amico, e salgo in Piazza della Repubblica. Una folla da SanSiro contestualizzato in giornata derby, una roba orrenda. Mancavano solo quelli che vendono i panini con la porchetta, poi c'eravamo tutti.
Alla mia destra qualche cinese, alla mia sinistra tre modelle e poi una sciura. Le modelle le becchi subito ma non per la loro plasticosa bellezza, alle volte oltremodo opinabile, è che proprio vestono l'icona dell'oddio! sono una modella. Sono proprio facili, sgamate al volo, solitamente vestite trandy (grazie Elio - certe volte son dei capi orrèndi che a nessuno li rivèndi), cartina di Milano in mano e scendono quasi tutte in Piazza Cadorna. Che cazzo ci facessero tra gli skaters di Centrale, i cinesi, me e la sciura resta un mistero.
Altra cosa, invece, la nostra signora anziana. Sono quelle che hanno il marito che va a due allora sul marciapiede, con il Loden e la coppola; Milano vera, gli autoctoni, indigeni e memoria di un tempo in cui Milano era solo una città, oggi è un mood. Che quei mariti in Loden (il Giacomo che voleva una bella multina per il signor Aieie Brazzo - sono quelli lì) esigono pazienza; se li incontri sul marciapiede, cosa vuoi fare? che fate in autostrada quando incontrate sul vostro percorso un carico eccezionale? niente... aspettate, sperando si scosti. Ecco quei mariti urlano di portar pazienza. Gli devi stare dietro e implorare che sosti, un poco, a lato. Alle volte l'altrui prostata, sa esserti amica.
Esserne mogli porta alla pazzia, od al più politically correct garbato e fuorviante disincanto. Sono quelle donne che parlano a manetta, le vedi spigliate e sempre pronte a ribattere e uno crede che stiano effettivamente rivolgendoci la parola, i più quasi interessati cominciano anche a seguire... poi ti spiazzano e magari si voltano di colpo e continuano l'enciclica con il cestino dei rifiuti. C'è da portar pazienza.
Salgo su questo 11 in ritardo di anni massacranti sul proprio pensionamento, con i suoi cartelli che vietano gli sputi e quelle panchette in legno con tanto di ribaltina, neppure fossimo in barca. Ci salgo e repentine dietro di me, ma tutti quanti dietro ai cinesi, le tre modelle.
Avete presente quei momenti di stasi che, chissà perché, ci immaginiamo di continuo debbano precedere una tragedia? Quei momenti che anche i piccioni in volo restano un poco appesi al nulla, le persone lasciano la scia, le macchine tacciono, tutto in slow motion. Io, quale improbabile ed indimenticata Trinity (prima fra tutti - che onore), mi levo sopra le teste. La telecamera che sono i miei occhi fanno i loro beati ed irreali 360 gradi intorno ad un mondo immobile, still. E vedo la signora anziana, il viso contrito e redento, le preghiere di una vita intera raccolte in uno scialle, con il marito che nonostante siano usciti insieme la mattina, è ancora a qualche decina di metri dal portone mentre lei s'è già girata tutta Milano ed ha condiviso il 150 percento della propria confabulata vita con almeno un terzo dei cestini dell'immondizia appesi e silenti ai pali delle fermate dei tram.
La vedo con la mano alzata, querula, giù dalla vettura, senza neppure un piede sul primo gradino d'accesso, con lo sguardo in direzione del conducente che mai - mai - sia da disturbare. E non si fa turbare il conducente.
In quella precaria luce che il mio onirico ponte d'hollywoodiana stasi avrebbe dovuto coprire, ecco che la vedo, ancora per poco, esplodere in un momento solo suo ma in realtà ache nostro ed intero, fra le spalle dell'ultima ragazza con la cartina di Milano sotto gli occhi e le porte in legno, fragorose alle sue spalle. La sento, d'un colpo, perseverare e perpetrare quel suo discorso che anche me stava per coinvolgere - immediato dopo le spalle rivolte di un cinese ed il sorriso abbozzato e la malcelata ironia delle modelle prima ancora.
Quello scatto delle porte che si chiudono, quel rumore ha chiuso tutto, e subito. E poi ancora Milano assordante, il piccione che si stacca da quel filo che l'appendeva e riprende, vola, ora, insieme a tutti, il vociare, i clacson, le scintille dei tram e le scie delle persone che si perdono nell'aria o, infine ricongiunte ai proprietari, chiudono il divario fra il vero e l'ierreale. Credo sia durato meno di due secondi, quel silenzio, quel e me ne ero già affezionato.
Chissà cosa volesse la signora. Perché il tramviere bestemmiava e si contorceva nel suo essere tramviere e colpiva, forte, con il piede sulla campana perché perdìo levatevi, e non si può dar retta a tutti sennò qui non si finisce mica di lavorare, e ancora? allora vuoi che ti porti fino al capolinea, eh? Ding!, ding!, ding! Chissà che volesse quella signora condividere con noi, sola, ancora per un poco.
Non abbiamo avuto la pazienza di aspettare quella verità, quel chissà cosa sarebbe stato.
Ed io intanto meditavo un modo per vendicarla con il tramviere, per rendere un urlo straziante quel piccolo protendersi ed in silenzio, dietro una porta che sbatte, nel buio dileguarsi. Trovare un modo per mandarlo a fare in culo ma con diplomazia; che è un'arma meravigliosa. La usi, e ad esserne realmente capaci e maestri, mandi a fare in culo la gente che è un piacere, ma in un modo che non vedono l'ora di partire.
Ho optato per una soluzione che ammettesse, ed anzi supplicasse, che abbiate tutti quanti un po' di pazienza. Ho scelto un'arma bianca perché se voglio uccidere gradirei mi venisse riconosciuto l'averlo fatto sì, ma con stile. Mi sono alzato e ho chiamato la fermata. Stop. Subitaneo nel ripartire, ancora: tin! fermata prentata. E non mi nascondevo, no. Ad un metro scarso dal conducente, senza disturbarlo. Alla porta di fianco alla guida, tin! fermata prenotata. Ridevano, imbecilli, le modelle, sedute alla mia destra; sbaloridito sapevo che mi osservava il conducente nel mio non scendere dalla vettura. Per poi risuonare ancora, tin! fermata prenotata. Una alla volta, guardando sempre fuori, e non voltarsi, modelle a destra, conducente impaziente di vedermi fuori a sinistra, un po' di milano su rotaie alle spalle. Fino a destinazione.
Che poi alla fine sono anche sceso, ma nel cuore so d'aver saputo controbilanciare, nella mente ne ho avuto ragione di quell'impazienza. Ridete, strillate, imprecate: io guardo fuori e parteggio per la mia povera sciura; potendo, e posso, la vendico. Per restare, poi, così, paziente, a voi tutti di profilo.

