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Mi alzo. Lavato e vistito metto su le cuffie, ed esco. ogni santo giorno. ma oggi aggiungo un libro, la metropolitana saprà fargli da ottimo contorno; mi cullerà il suo ondeggiare e stridere. io non voglio contatti se non quelli visivi, la mattina. se non degli amici e parenti. io voglio essere indipendente o semplicemente autistico nel mio essere blandamente sveglio lungo il tragitto che mi porterà in ufficio. e penso, anche se leggo - e poi devo rileggere, per forza. ci posso mettere un'oretta a leggere davvero un paragrafo, spesso mi accorgo di guardarlo e basta.

il mio pensiero, stamane, si posava sulla serata trascorsa ieri sera e la sera prima ancora. le mettevo vicine l'una all'altra, un flash. uno, due. di continuo.

la prima straziante verità emersa è che ci sono momenti della vita in cui sei, altri in cui più semplicemente ci sei.

sono stato pescato tra una piccola folla in attesa di entrare in uno dei locali più in di tutta milano. sono stato tirato su, perché in lista, come i cigni di plastica al luna park. ed io, in quanto listato, mi sono anche permesso di non mettere la camicia. dopo che mi si era indicato e liberato l'accesso con tanto di stretta di mano al pr si apre il piccolo corridoio umano, e ci si infila aldilà, si è primi. ultimo scoglio gli armadi dei buttafuori che con il solito ghigno da frustrato che non ti può fermare all'entrata anchessi lasciano il passo. e poi. ci sei.

ho trascorso la serata a pensare se fosse il caso o meno di entrare nel privé, io che potevo, ed essere nessuno in mezzo a migliaia di persone che potevano. oppure se non fosse stato molto meglio, restare dov'ero, cioè fuori dal privé ma con la consapevolezza e l'ostentazione di quello che può, ma non gli va. gli altri te lo leggono addosso che tu puoi ma non vuoi, e sono delle piccole soddisfazioni, garantisco. dio c'è ed ha voluto una nostra fuoriuscita dal locale quando è partita la house. grazie.

sono stato al Casablanca e avevo una milionata di roba addosso, in abiti; me li hanno fatti tutti i conti addosso. e mi sono divertito nel vederli fare. non provo a cautelarmi dal vostro giudizio, solo chi mi conosce personalmente sa quanto valga ciò che sto dicendo. non ho possibilità di redenzione, per tutti gli altri che mi leggono potrei dire a mia discolpa qualunque altra cosa che tanto sono già diventato un fighetto del cazzo che si veste tutto griffato e gozzoviglia nella creme della milano bene. poco male, non è così, ma non importa.

ieri sera, invece, ho conosciuto gli ultimi sette anni di un'amica che non avevo più rivisto. abbiamo passato la cena e la serata insieme ed è stato qualche cosa di particolarmente magico. ci siamo raccontati un po' tutto. un po' bene, come fanno due vecchi compagni di scuola; noi lo eravamo. ed è stato fantastico riscoprire che lo siamo ancora. ci vogliamo un bene eterno, senza trucchi, senza dover fare, dover apparire, dover dire. bello. ecco che non c'ero, ero.

ecco il flash. uno. due. pam!

sapere che se sei di schiena c'è chi sta leggendo Replay sulla tua felpa e poi stare invece a raccontare un pezzo della tua vita alla ex babysitter di tua sorella. fantastico. flash. esercizio per pochi, alla lunga può creare crisi d'identità non indifferenti. attenzione.

lo chiudo il libro, perché tanto non sto leggendo, e arrivo in Centrale. è la mia fermata. e scendo. lo faccio con la fretta di quello che non ha niente da fare se non l'avere fretta. lo faccio per togliermi di dosso quella puzza, quell'essere malsano, quel confondersi ad un branco di mucche che odio. e lo faccio perché ho paura. stare nella fermata della Stazione Centrale della metropolitana di Milano, secondo me è pericoloso. io lo faccio tutti i giorni, ma ci sono obbligato. fosse per me non lo farei, garantito. non abito a paesinosconosciuto e vado al lavoro in bicicletta. Sono a Milano, alla stazione centrale. neppure un anno fa mi è entrato un aereo a cento metri dalla finestra del mio ufficio. non è stato un bel momento.

ma oggi - penny lane, che bella - no. oggi esco dai cancelletti e trovo come al solito il gruppetto di vecchietti che fanno le tre carte, il loro palo appostato, al solito, lungo le altre scale mobili, la solita polfer che osserva dall'alto ma, evidentemente, ci dev'essere una sorta d'orizzonte degli eventi che dell'ultimo beota allegerito degli ennesimi cento euro, il guardo gli preclude. li vedo solo io, da anni. io che pago le multe. io che.

quando andavo a scuola non c'è stata versione, latino o greco che fosse, che non abbia copiato. tutte. le ho copiate tutte. e prendevo comunque quattro, cazzo. io vedevo copiare tutti, tutti vedevano tutti copiare, il professore no. altro orizzonte degli eventi. alè, chiudi tutto. tutto chiuso. noi sapevamo tutto, lui nulla. ma il voto negativo era solo mio.

io pago le multe, gli altri rubano. la polfer mi da quattro ed il mio professore scommetterebbe che se avessi studiato un poco di più il greco probabilmente non mi troverei in questa situazione... può darsi. resta il fatto che con questa musica nelle orecchie, la paranoia solo mia e quotidiana, con un libro che non riesco a leggere, l'ombra sulle spalle e sugli occhi di due serate che sono un flash, pam!, uno, due, ecco.. con tutto questo addosso, mi soffermo per un attimo sullo sguardo di una ragazzina che spesso incontro altrove, ma adesso proprio non ricordo, e mi chiedo: lo saprà lei che oggi, trent'anni fa, un martedì, ci fu il colpo di stato in cile? oppure le hanno fatto conoscere solo le torri gemelle? c'è qualche buon cuore che lo sa? c'è qualche stronzo che me ne vuole parlare un po' di più, per piacere, oggi?

Giovedì, 11 Set. 2003
11:57

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