Non ci credo neanche un po'
Adesso facciamo tutti insieme un piccolo esercizio mentale, proviamo ad allontanarci un poco dalla verità indotta e precostituita per fare un qualche cosa di assolutamente anomalo e piuttosto fastidioso: pensare.
Quando ci si trova di fronte ad un essere umano che esegue questa pratica, di solito, lo si taccia di retroquintologia. Sta bene, e sia. Facciamo retroquintologia. Per iniziare serve un postulato, qualche cosa di inconfutabile; facciamoci aiutare. Sfruttiamo una sentenza alquanto imperativa ed ostentata: io non ci credo.
Nello specifico non credo ai blackout, e non credo alle giornate ambientaliste senza macchina, le domeniche a piedi.
Parto dalla seconda perché sarà propedeutica alla comprensione della prima. Capirete come affrontare il ragionamento per assurdo e poi applicarlo a vostro piacimento.
Le domeniche a piedi, nate da qualche anno quale bieco remake delle giornate di austerity che il sottoscritto per questioni d’età non ha conosciuto, sono quanto di meno onesto si siano inventati nell’ultimo secolo. Dice: “C’è troppo smog, troppo inquinamento più in generale, troppo troppo.” Bene quindi? Quindi tutti a piedi, città chiuse e bocche cucite, il primo che fiata è uno che della natura e della salute dei nostri bambini non gli frega nulla. No. Io non ci sto, troppo facile.
Ragiono per assurdo e per assurdo provoco. Ma non è che magari le Domeniche a piedi sono un’invenzione del direttore Marketing delle aziende municipalizzate dei trasporti? Ora, fuori dai denti, a Milano con l’avvento dell’euro il prezzo dei biglietti dei mezzi, validi novanta minuti, è passato da 1500 lire a un euro. Non apriamo la diatriba del caro prezzi perché non mi frega nulla, ne parleremo altrimenti se mai mi verrà di farlo, dico solo che il prezzo è aumentato. Perché? Perché si, risposta. Punto.
Proviamo a considerare le domeniche a piedi quali piccoli festival del trasporto? Dài proviamo, tutti quanti sui mezzi. Gli altri in bicicletta o sui rollerblade. Ma i più sui mezzi. Fatto salvo per i più che benestanti, quelli vanno a fare shopping o la spesa in taxi, comunque. Ne ho conosciuti, ne ho incontrati. Va da sé che, come si suol dire in gergo consulenziale, lo zucchino torna sempre nel posteriore dell’ortolano.
Quindi torniamo a bomba: troppo smog, troppo inquinamento, troppo… e la colpa è delle auto. Ammesso e non concesso che così sia, mi chiedo quali e quanti problemi dovrebbero avere in città come New York, ma non andiamo troppo lontani; Parigi è già quattro volte più grossa della mia città natale. A loro come butterà? Se ne fregano o non le sappiamo noi le loro magagne? Ve lo dico io, se ne fregano. E non dico che ciò sia bene, ma almeno non si prendono in giro da soli.
Avere decine migliai di aziende attive ogni giorno che dio mette in terra a spurgare i loro rifiuti elettrostatici, in micropolveri, in acque calde e chi più ne ha più ne metta ogni istante possibile e pensabile, non è cosa che si possa rimediare bloccando le autovetture per 24 ore. Basta perbenismi, siamo nel pieno delirio dell’ipocrisia. Sopratutto voglio che prendiamo coscienza di quanto sia limitante la condizione nella quale ci mettono addossandoci le colpe.
Voglio dire, io ho comprato una macchina e l’ho fatto per miliardi di motivi, fra i quali la comodità d’averla. E non posso scegliere qualche cosa di non inquinante perché l’offerta è una. C’è poco da incanalare la domanda. Non ne state facendo autovetture non inquinanti, che volete dalla mia vita? Cominciate a costruirle anzicché prototiparle per poi infilarle negli istituti di ricerca o, peggio, nei musei. Costruite strutture che mi permettano di considerarle un buon investimento anzicché una presa in giro che sperperi I miei soldi e basta. A quel punto, messo nelle condizioni di scegliere, l’optare per il modello inquinante sarà mia responsabilità. Fino a quel momento, la colpa è vostra non mia. Ho speso decine di migliaia di euro per averla, altrettanti per mantenerla, ora voglio usarla. Sono stato chiaro? Ma non venitemi a raccontare che la mia, sommata a tutte le altre, è l’unica causa di destabilizzazione climatica e dell’aria respirabile perché non ci credo e non è vero. Facciamo a turno, vi va? Un anno le macchine, l’anno dopo le aziende. Quest’anno toccherebbe alle aziende. Proviamo?
Perché se no mi viene da pensare che anche la storia del nucleare sia un po’ una vaccata. Procedo con la retroquintologia spicciola e domenicale, chiedo scusa in anticipo ma la mia pronunciata vena presuntuosa non si placa: perché aver paura del nucleare in italia (corretto) per poi avere le centrali francesi sul confine e dire che è tutto ok e che non c’è nulla di cui preoccuparsi?
Voi davvero mi state dicendo che se saltasse il nocciolo delle centrali francesi a Torino piuttosto che ad Aosta dormirebbero sonni tranquilli? Ma per piacere, un minimo d’amor prorprio, per favore. E di rispetto se possibile, credete che sia un deficiente?
Ora mi spiego, le micropolveri si abbassano a livelli comunque nocivi per l’organismo umano ma perfettamente coincidenti con le documentazioni propinate come oro colato dagli esperti nazionali. I saggi. Quelli che dicono che i quattro microgrammi al metro cubo di benzene dispersi nell’aria sono mortali. E mi sta bene, ma mi andrebbe meglio lo fossero, mortali, un po’ per tutti, non solo per i milanesi. Perché, se non lo sapete ve lo dico, i livelli sono tutti diversi. Non solo dall’Italia alla Germania, per citare a caso… ma anche da regione a regione. Ma allora chiedo: ci sono livelli di sopportazione a seconda dell’area geografica nella quale mi trovo o che sia semplicemente una questione politica? E di soldi.
Perché con tutta la buona fede possibile mi chiedo come mai le aziende dei trasporti municipalizzate non mettano a disposizione i propri mezzi e lavoratori gratuitamente, o che so, con un pedaggio simbolico… tipo che con il biglietto normale si viaggia tutta la giornata. Non si fanno queste cose con scopo di lucro no? siamo tutti protesi al bene della salute nazionale… bene, allora perché non devolvere l’incasso di quella giornata nelle casse di qualche ente di ricerca? Mi fate il piacere di pensare un poco di più a queste cose anzicché inebetirvi di fronte al lo facciamo per i vostri bambini? Forza, santo cielo, ragionare. Porvi quesiti… trovare soluzioni.
Ecco non è la stessa cosa con la storia delle centrali nucleari? Non riuscite a fare un parallelo? Io si. Averle ad un metro dai nosti confini non sarà un po’ la stessa cosa che averle sul territorio nazionale? NO, non è la stessa cosa. Il pericolo è il medesimo in termini di sicurezza pubblica, ma nella produzione di energia le cose cambiano radicalmente. Noi compriamo l’energia elettrica all’estero. E questa è una spesa. Oneri ed onori mi verrebbe da dire. Se posso crepare di cancro ed avere figli con due teste causa terzi, che almeno questi terzi non ci debbano guadagnare sopra. Vi pare?
Perché altrimenti quando scoppiano i blackout la colpa è sempre degli altri… ed io NON CI CREDO! È troppo facile, ancora una volta. Non sopporto più questa tecnica della delega delle responsabilità. Se saltano le centrali elettriche la colpa sarà anche un po’ nostra, immagino.
E poi non credo nel caso. Per tutti questi anni non c’è mai stato mezzo problema elettrico, o meglio c’è stato magari ma non c’è stato detto, perché? Perché non era importante che lo sapessimo. Due mesi fa gli Stati Uniti, dopo aver fatto carta straccia degli accordi di Kyoto sull’ambiente, scoprono d’essere particolarmente scoperti sul “nervo” elettricità. Quindi blackout totale per tre giorni. Ed immediatamente la gente vuole sapere che il proprio consumo energetico può essere supplito al minuto, e che basti chiederlo.
Centrali atomiche più mille punti nell’immaginario collettivo. Previsione di un prodotto interno lordo (contestualizzato in un mercato fortemente stagnante, quando non recessivo), alle stelle. Significa soldi, ragazzi. Vuol dire un sacco di soldi che si muovono. Il tutto andando a pungolare la gente nelle piccole cose.
Provate voi a non far vedere la finale di coppa del mondo alla nazione finalista, vi scoppia un casino che neppure immaginate.
Ecco, fatte le prove nel mese di agosto con i piccoli stop energetici, si arriva al tracollo della rete in una notte fra il sabato e la domenica dalle tre di notte alle prime ore del mattino. Dice: “scusate, il disagio… è colpa dei francesi”. Palle. Queste cose, televisivamente parlando, hanno un nome: Prove tecniche di trasmissione.
Quanto ci mette una nazione di 60milioni di persone a rimettersi in piedi dopo un blocco totale? Perdite? In soldi e risorse umane? Le risposte sono nella documentazione di qualche società di consulenza governativa che sta giocando al Monopoli sulla nostra pellaccia.
Sono test. Ne sono convinto. Tutti a piedi, tutti e subito. Tutti fermi, comunicazioni, televisioni, ascensori, ospedali, centraline etc etc. Perdite, poche quindi? Quindi bene, quando finiamo tutto quel che c’è da finire ed avremo guadagnato quanto non potremo più spendere in alcunché, quando ci volessero attaccare nei piccoli centri nevralgici di un impianto che muove tutta una nazione, quando perderemo una guerra, quando moriremo di cancro ogni cinque minuti, quando neppure il più gioioso e miope consumista potrà alcunché, allora sapremo che gli ospedali per qualche giorno possono andare avanti, che la gente penserà che in fondo in fondo non c’è nulla di male nell’andare in pattini a meno 5 gradi e credere che sia normale e salutare, che quelli che si potevano permettere tutto possono ancora andare avanti perché in fin dei conti con 20 euro c’è sempre un taxista che ti porti all’Esselunga. E poi ci saranno quelli che credevano d’aver capito, che dal loro virtualissimo Speaker’s Corner avranno voce e parole tarpate da un computer che non sa più accendersi e restare vivo e capiente per quel che avrebbero da dire.
E bestemmieranno e malediranno il futuro ed il passato ed ancor più quelli come noi che avevamo, invece, previsto tutto. Il bene ed il male nell’ottica di riuscire, prima o poi, a mettere su un’albergo a Parco delle Vittoria. Se poi proprio non fosse possibile, la colpa, al più, sarà dei francesi.

