C'è sempre un motivo (più concreto, migliore)
Il virgolettato di oggi di Beppe Grillo, il bollettino quotidiano, dice: «Ci obbligano a diventare un partito».
Al di là del fatto che non è vero, e senza negare il sacrosanto diritto al leader del M5S di esprimere la propria irritazione, i motivi che stanno dietro al bisogno di regole democratiche (soprattutto quando propedeutiche ad una presenza concreta e parlamentare) sono di solito più profonde di un semplice dispetto.
E questo modo di reagire piccati con l'espressione del perseguitato è un'eredità berlusconiana dalla quale propongo di smarcarci quanto prima. Le regole, nella forma delle leggi, si fanno per sessanta milioni di persone, e in un modo non necessariamente semplice da capire purché garantiscano un certo tipo di congruenza con ciò che c'è, o con ciò che nella testa del legislatore dovrebbe esserci. Faune ed evanescenti realtà politiche, seppure apprezzabilissime nella nuova esplosiva struttura e proposizione, non hanno alcun diritto di non essere normate. Perché una repubblica non può permettersi il lusso di provare a vedere che succede basandosi sulla buona fede; quando succede un disastro non basterà chiedere scusa e i tempi politici e sociali per correre ai ripari sono sempre almeno decennali. La prova -non che ne avessimo bisogno di ulteriori ma si sa: cerchiamo sempre il meglio nelle persone- fu il collasso della profezia di Montanelli. Il suo strumento sociale con il quale immaginò di immunizzare il paese dalla calata di Berlusconi fu dare il nulla osta a Berlusconi stesso per "provarci"; dopo vent'anni esatti il "test" bersluconiano è miseramente fallito e le scuse non servono a niente, la Repubblica è distrutta, lo Stato in ginocchio, la magistratura esautorata e il parlamento e le istituzioni prostrati. I cittadini di tutto ciò hanno alcuni giudizi ficcanti: è colpa di Berlusconi, la crisi, il lavoro, le banche, i comunisti, Twitter. Non si può avere la certezza, di volta in volta, che il prossimo tentativo rivoluzionario sarà ancora una volta fallimentare ma considerato che i cocci continuiamo a tirarli su noi, trovo santo e sacro che lo Stato si cauteli. L'elettore gira le spalle a uno e mette la croce ad un altro senza che la cosa gli strida nemmeno remotamente e soprattutto non pensa affatto sia mai stata in alcun modo responsabilità anche sua.
Insomma, Grillo, esiste un mondo attorno a te per il quale non sei affatto il primo pensiero ogni mattina. Sei mortale, lo è il tuo movimento (guarda il PD) ma lo Stato, nonostante ogni tuo sforzo, ti sopravviverà e qualcuno a quello Stato, quello che verrà, ci deve pensare ora.
Puoi goderti il lusso di pensare ad oggi, minuto per minuto. Ma non darei per scontato che tutti gli altri possano fare altrettanto. In un immediato secondo dopo guerra avresti sbraitato per la ricostruzione delle scuole e degli ospedali, che comunque c'è stata, prima di qualsiasi altra urgenza parlamentare che avresti tacciato di "ricamo" burocratico.
Meno male che qualcuno, mentre faceva le scuole e gli ospedali, ha messo nero su bianco che è un reato, grave, cercare di riformare il disciolto partito fascista e un paio di altre cose: dall'eversione al diritto civile, dalle regole parlamentari a quelle economiche.
Che sono quelle che ti hanno permesso di studiare, curarti, mangiare, fare il comico e giustamente arricchirti come ti sei ampiamente meritato.
Insomma, è sempre un po' più complesso.
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